Egr. Direttore,
la ringrazio per lo spazio che volesse concedermi in merito.
Vorrei esprimere con questa mia alcune considerazioni in merito alla firma imminente del decreto da parte del Papa Benedetto XVI che permetterà un ritorno della liturgia ecclesiastica in latino.
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Nel settembre del 2005 Antonio Socci scriveva sul “Giornale” un articolo ove preannunciava che Benedetto XVI avrebbe riportato nella Chiesa la LIBERTA’ di celebrare la liturgia della tradizione. Per intenderci non la Messa che tutti conosciamo, celebrata secondo il rito voluto dal Concilio Vaticano II, ma quella celebrata secondo il rito introdotto da Papa Pio V verso la fine del 1500 dopo il Concilio di Trento.
Quella che i cosiddetti “cattolici tradizionalisti” ( uno per tutti il vescovo Lefebvre il quale rifiutò tali riforme liturgiche) hanno sempre praticato.
Tutto ciò ha scatenato le polemiche più roventi, le accuse più pesanti, certa polemica micragnosa e sterile da parte dei cosiddetti “inquisitori progressisti” e da parte di tanti laici.
Non voglio avere la presunzione di inserirmi all’interno di un discorso troppo elevato per le mie modestissime conoscenze teologiche e che ovviamente non mi compete, ma ho l’esigenza di esprimere – come cattolica - alcune considerazioni.
Il latino è sempre stato il concreto legame universale che univa i cristiani di tutto il pianeta in un’unica Chiesa guidata da Pietro e in un’unica fede che nessuno poteva intaccare.
Cancellare quella liturgia ha enormemente indebolito i cristiani.
Anche se in realtà mai il Concilio ha decretato l’improvvisa ed ingiustificata messa al bando della lingua sacra con cui la Chiesa per 2000 anni ha espresso il suo Credo, questo fu possibile perché un partito “rivoluzionario”, cioè il partito intellettuale, progressista , all’interno della Chiesa stessa si impadronì della gestione della liturgia e la riforma liturgica venne applicata in modo autoritario. Tutto sembrava così innovatore, intelligente , comprensibile.
Ma il risultato quale è stato?
Il risultato è stato una liturgia morente, priva del sacro, del canto, priva di bellezza, di grandezza.
Celebrazioni liturgiche piatte e parlate nella lingua con cui si va al mercato, ragion per cui è caduto il senso del Mistero.
Gli inquisitori “progressisti” hanno portato la Chiesa a scendere troppo a patti con la cultura secolarizzata, consumista e atea di oggi.
Hanno promulgato una fede “buonista”, rassegnata, paurosa e pigra.
Hanno annacquato il cristianesimo e lo hanno svenduto con tutti gli sconti possibili.
Ma il cattolicesimo deve smettere di essere tutto ciò.
Infatti, i Vangeli, vulgata del messaggio cristiano, raccontano non un Cristo che porta la pace bensì la spada
Non un Cristo troppo condiscendente, troppo umile e nemmeno puritano o settario.
Esigente sì, come deve essere esigente l’amore.
Un Cristo che non avrebbe sicuramente sopportato la visione delle troppe kermesse che sorgono ormai e si moltiplicano senza più ritegno nei luoghi sacri, ove dovrebbe esistere solo la brezza divina della preghiera.
Mentre oggi la Chiesa è troppo lassista nei confronti dei commercianti di spiritualità.
Non fa valere le sue ragioni, si adegua con docilità alla svendita che se ne fa della Fede.
Il cattolicesimo deve ritornare ad essere ciò che Gesù Cristo voleva fosse: uno “scandalo” , una pietra d’inciampo che ha da dire e da fare una proposta forte di fede e di vita.
L’atteggiamento di questi inquisitori progressisti che hanno drammaticamente eliminato l’antica liturgia ha contribuito a portare nel tempo ad un lento ed inesorabile tramonto della Chiesa cattolica, col rischio sempre più alto di essere spazzata via dall’arrivo di altre religioni più combattive, come l’islam.
Ecco perché è NECESSARIA questa svolta straordinaria.
Innanzi tutto per la Chiesa, ma non solo.
Significherà ritrovare anche una “sorgente fecondissima di civiltà” (come scrisse Paolo VI) e soprattutto di bellezza.
Con Benedetto XVI stiamo assistendo all’inizio della fine per il “progressismo” dentro la Chiesa.
La fine dell’autodemolizione.
Ritrovare le radici significa ritrovare la forza, l’identità, la bellezza del rito cristiano e soprattutto avvicinarsi al Mistero in questo tempo in cui gli uomini, assetati del sacro per sfuggire al reale, lo trovano spesso in forme aberranti.
Rita Francios