Quattro storie su Hitler e i suoi colleghi. 

Non è questione di voler difendere a tutti i costi “l’indifendibile”, piuttosto di chiedersi il perché soprattutto quando non dovrebbe più essercene alcuna necessità, siano state costruite così tante fantasie inerenti la figura del Fuhrer e del Nazionalsocialismo. Assodato dalla cultura ufficiale  ormai trattarsi del “male assoluto”, non passa giorno in cui documentari televisivi o nuovi studi puntualmente pubblicati su riviste o libri, aggiungano tasselli sempre più sconcertanti, che con il tempo paradossalmente assumono dignità e valore di verità definitive. E si tratta di firme autorevoli a garantirlo. Purtroppo però invece quando qualche isolata voce racconta sia pur sottovoce “altre” verità, puntualmente cala un silenzio mediatico e scientifico del tutto incomprensibile. Lo abbiamo già affermato e la cultura ufficiale non perde occasione per ribadirlo, il Nazionalsocialismo è stato universalmente definito “male assoluto”: ma allora per quale ragione diventa così necessario aggiungere dettagli spesso facilmente confutabili che ne aumentino la fama sinistra? Ecco servito al circo mediatico un altro dei grandi misteri del nazismo. Ma soprattutto, perché questa necessità, perché questa esigenza di inventare particolari a volte del tutto gratuiti? E non si parla in questa sede di errori storici – anche se non mancano nemmeno quelli e soprattutto tra le firme più prestigiose come avremo modo di vedere -, bensì di fantasie belle e buone che oltre a tutto e paradossalmente, una volta smascherate, porteranno argomenti a chi non condivide la vulgata ufficiale. Vediamo quindi alcune di queste fantasie lasciando le conclusioni al lettore. Certo questi pochi dettagli non cambieranno la storia ma ci auguriamo possano invece far nascere domande, soprattutto perché ci annoveriamo tra quelli che del cosiddetto “revisionismo” non hanno una cattiva idea anzi, ne auspicano il necessario salubre svolgimento: tanto per le cose dell’uomo della preistoria come per quelle della storia. Storia che a volte non è poi però così storia. Sul Fuhrer è stato detto di tutto. Probabilmente si tratta dell’uomo più studiato di tutti i tempi, così sviscerato e radiografato che forse sarebbe possibile tracciare una biografia minuto per minuto della sua intera esistenza. E mai come in questi ultimi anni storici e ricercatori hanno potuto pubblicare in merito tonnellate di materiale, forse in questo motivati dalla curiosità morbosa del pubblico: per comprendere meglio ciò, basti fare una breve considerazione. Di un uomo qualunque a nessuno interessa nulla, ma se quello stesso uomo perde la vita in un incidente  – soprattutto nelle piccole comunità di provincia – il giorno successivo i giornali andranno a ruba e tutti vorranno sapere tutto il possibile su quell’uomo: il fenomeno durerà qualche giorno e poi tutto tornerà nel disinteresse e nell’oblio. Abbiamo constatato più volte questo fatto. Certo, è possibile dare molte altre risposte in merito e ben più sottili, resta il fatto che le masse hanno una loro psicologia ed i loro meccanismi: e questo ben sanno molti storici divulgatori. Potrebbe infatti essere questo uno dei motivi che stanno alla base di molte “scoperte” spesso strombazzate ma, così fosse, che guaio per cultura e rigore scientifico. Verrebbe a tal proposito da pensare che per la nostra società la verità sia un fatto ormai superato. Eppure essa da qualche parte è ma forse, come voleva Eraclito per la natura, ama nascondersi. 

 Negli anni ’70 uscì un film storico, “Gli ultimi 10 giorni di Hitler”, firmato dal regista Ennio De Concini. Tale film si avvaleva della garanzia di Hugh Trevor Roper, professore di storia moderna all’Università di Oxford, tanto che lo studioso a conclusione della pellicola firmava la seguente dichiarazione: “Questo film è il risultato di accuratissime ricerche. Sia le parole che le azioni sono tutte basate su autentiche testimonianze storiche”. Ora, al di là del fatto che si vede in tutta la durata della pellicola un Fuhrer pimpante e grintoso quando è invece noto che era ormai affetto dal morbo di Parkinson, un’altra perlina è data da Eva Braun che – nientemeno su invito dello stesso Hitler – si mette a cantare canzoni in inglese per distrarre donne e ufficiali nel bunker. Poniamo tutto ciò sia vero. Come abbia però potuto Roper, e la produzione del sedicente film storico accettare quest’idea, ottenere testimonianze sugli ultimi drammatici secondi di vita della Braun e del Fuhrer resta fatto inspiegabile dal momento che questi due erano completamente soli. La Braun infatti, dopo aver ascoltato la confessione di Hitler che afferma che la guerra era perduta già dal 3 febbraio del 1943 ma che lui l’avrebbe continuata per non doverlo ammettere (“il prezzo sarebbe stato la mia vita”) e quindi doversi suicidare, di rimando dice: “Ma … tutti questi morti… e tu lo hai fatto soltanto per questo, per guadagnare tempo. Forse io non ti ho mai capito, non ti ho mai conosciuto” e stravolta inghiotte una pastiglia di veleno. Hitler, che non si accorge di ciò perché intento a vaneggiare cose del tipo che lui avrebbe voluto morire il 5 maggio come Napoleone, voltatosi improvvisamente vede la donna accasciata e immediatamente nota la mancanza di una pillola di cianuro: a questo punto sbotta in una serie di affermazioni tipo “ Sgualdrina, presuntuosa, insolente e stupida. Mi hai tradito anche tu” ed altre ancora più fantasiose che non meritano nemmeno di essere riportate, dopodiché si avvelena e contemporaneamente si spara. Sentito il colpo fuori dalla sua stanza (“il cuore della Germania ha cessato di battere”), donne e gerarchi senza fare una piega si accendono invece una sigaretta: lui infatti non voleva si fumasse nel bunker. “Accuratissime ricerche” le chiamano. La domanda che sorgerebbe spontanea a chiunque a questo punto è una sola: ma com’è possibile avere dettagli sugli ultimi colloqui tra la Braun ed il Fuhrer se presenti c’erano solo loro ed entrambi sono morti subito dopo? Continuano i misteri del nazismo; questo film è stato visto e rivisto per anni (lo ha trasmesso tra gli altri anche Rai2) da milioni di persone senza che mai nessuno storico o studioso sollevasse la benché minima obiezione. “Pur di sopravvivere qualche tempo (è sempre la Braun a dirlo nel drammatico colloquio finale….), non hai esitato a mandare a morte milioni di persone”. Chi le ha riferite queste affermazioni frutto di “autentiche testimonianze storiche” e che fine ha fatto questo testimone auricolare? Fa riflettere. 

E veniamo al simbolo per eccellenza del nazismo ovvero lo svastica (“lo” e non la in quanto derivato dal sanscrito svasti ossia felicità, al maschile). Quante volte si è infatti sentito, soprattutto nei seguitissimi documentari televisivi sul nazismo magico o esoterico che dir si voglia, che il simbolo in origine sinistrogiro – ovvero con gli uncini rotanti verso sinistra – è stato invertito verso destra negli anni ’20 dal Fuhrer in persona per sottolinearne così la valenza negativa e “satanica”? Infinite, tanto che ormai è diventato per tutti un fatto assodato. Eppure le cose non stanno affatto così. Rene Alleau è autore di un interessante studio (Le origini occulte del nazismo, Parigi 1969, ed. Mediterranee) su cui si potranno dire molte cose ma certo non che si tratti di un libro filonazista: ecco quindi cosa dice Gianfranco De Turris nell’introduzione a questo studio. “ Scrive René Guénon: “quanto al senso di rotazione indicato dalla figura, esso ha un’importanza del tutto secondaria e non influisce sul significato generale del simbolo; in effetti si trovano entrambe le forme a indicare sia una rotazione da destra a sinistra, sia una da sinistra a destra, senza che questo implichi necessariamente l’intenzione di stabilire fra loro un’opposizione qualsiasi”. Parole del 1931, pubblicate quando si discuteva sul simbolo scelto da Hitler non ancora al potere. Sicché, a mo’ di conclusione, si può dire – come nota ancora Julius Evola – che “deve ritenersi una fantasticheria ciò che qualcuno ha sostenuto, in margine a una interpretazione “demoniaca” dell’hitlerismo, ossia che il movimento invertito della croce uncinata fosse uno stigma involontario ma chiaro del suo carattere demoniaco”. Val la pena di sottolineare ancora come queste non siano tesi di saggisti del dopoguerra, ma costituissero dibattito e polemica già negli Anni Trenta, come dimostra il libro di Guénon, alle cui precisazioni ovviamente nessuno fece caso”. Ma non finisce qui; l’enciclopedia dei simboli della Garzanti più volte ristampata, pubblica nella sua ultima edizione (pag. 526) un paio di interessanti riproduzioni grafiche. La prima riguarda il Buddha assiso sul loto con lo svastica sul petto: si tratta di un antico dipinto giapponese del periodo Kamakura e lo svastica è inequivocabilmente destrogiro. La seconda riproduzione invece ancor più curiosa, è inerente alla raffigurazione di un usuraio ebreo tratta da una miniatura dalle “Cantigas de Santa Maria” di Alfonso el Sabio: sull’uomo campeggiano vicine svastica e stella di David: questa volta però lo svastica è sinistrogiro. Ad ogni modo a chiusura di qualsiasi ultimo eventuale dubbio, ecco il risultato di una nostra personale scoperta avvenuta in Piemonte in terra biellese; ad Oropa – uno dei più noti santuari mariani d’Italia – in cima alla cappella dedicata a Sant’Eusebio fa bella mostra di sé uno svastica in pietra destrogiro, così come nel vicino paese di Rosazza dove nei pressi della chiesa locale un altro – questa volta realmente - enorme svastica in pietra sempre destrogiro troneggia. Li volle il senatore Federico Rosazza, alto gerarca della massoneria locale, nel 1875. Come spiegare a questo punto la reiterante ed insistente volontà “satanica” del Fuhrer di invertire il senso rotatorio dello svastica “storicamente esclusivamente destrogiro”? Eppure quest’idea è ormai un assodato dato di fatto ufficiale e ripetuto in ogni possibile occasione: fa riflettere. 

Veniamo quindi al bravo studioso di nazismo esoterico, nonché docente di Filosofia della politica a Parigi e curatore di inchieste speciali per la RAI, Marco Dolcetta. Nel suo libro specialistico in merito (Nazionalsocialismo esoterico, Roma 2003, ed. Castelvecchi) il ricercatore a cui comunque va il merito di avere realizzato un lavoro nel complesso degno e lo diciamo senza ironia, riesce però ad alimentare la confusione dilagante con una serie di affermazioni che poco si addicono ad uno studioso serio: ma gli uomini purtroppo spesso sbagliano. Anzitutto l’inconsistente rivelazione fatta rilevare - e personalmente verificata nella sua inconsistenza presso gli stessi ambienti antroposofici – dal giornalista Alfonso Piscitelli. A proposito del libro dice infatti il giornalista (Linea, 26 marzo 2003): “ Dolcetta […] lo condisce con una inedita rivelazione: Steiner – scrive – divenne da subito un acceso nazionalsocialista, giungendo ad affermare che in Hitler si era incarnata la luce dell’Arcangelo Michele”. Ma dove? Non risulta che Steiner abbia mai espresso giudizi su Hitler. Risulta che abbia condannato il razzismo biologico e il nazionalismo esasperati. […] Forse Dolcetta è a conoscenza di particolari della vita di Steiner che sfuggono agli altri studiosi. Tuttavia c’è una frase a pag. 29 del libro che fa riflettere sulle fonti documentarie: “Dicerie fatte circolare ad hoc (dai nazisti, n.d.r.) furono sufficienti a far chiudere già nel 1935 tutti i principali centri antroposofici della Germania e a indurre Steiner ad astenersi successivamente dalla politica”. O forse Steiner fu indotto ad astenersi dal fatto che era morto in Svizzera dieci anni prima?” si chiede Piscitelli. Insomma, un bel pasticcio; prima Steiner loda il Fuhrer poi, per qualche altra astrusa ragione i nazisti fanno circolare brutte voci su di lui al punto da indurlo a smettere con la politica: solo che smette dieci anni dopo la sua morte. Mah. Pensare che Dolcetta è uno degli studiosi a cui si fa riferimento per costruire – e mai come in questa sede il termine è appropriato - quei documentari televisivi sul Nazismo in cui succede di tutto. Ma non è finita, e non ce ne voglia il simpatico studioso che però forse dovrebbe studiare meglio. Nello stesso volume c’è un’altra perlina che merita di essere riportata; Dolcetta infatti a pag. 76 afferma che in una stanza del castello di Wewelsburg ristrutturato da Himmler per farci un’accademia delle SS Ahnenerbe sarebbe “presente la statua di Arminio, ripresa nell’atto di sconfiggere le legioni romane”: ma dove? Forse lo studioso parla della gigantesca statua alta decine di metri collocata in seno alla foresta di Teutoburgo? Certo, non distante da Wewelsburg, comunque un po’ difficile da rinchiudere in una stanza ma, e qui sta il vero sconcerto, in riferimento alla nota battaglia che costò carissima all’imperatore Augusto e a Roma “così come descritto nella Germania di Tacito”: falso storico, in tale libro Tacito non ha infatti mai parlato della battaglia avvenuta tra l’8 e l’11 settembre del 9 dopo Cristo tra Varo ed Arminio, leggere per credere. Al punto che nelle note di una delle tante edizione di quest’opera, Gian Domenico Mazzocato scrive a proposito del fatto sostenuto da alcuni che Tacito avrebbe scritto la Germania a fini propagandistici filoromani: “E se opera di propaganda, a favore di cosa? A favore di un’azione decisa da parte di Traiano che ridimensionasse e riscattasse la storica sconfitta di Teutoburgo di quasi un secolo prima, oppure a favore di un prudente consolidamento del confine?”: frase che dimostra l’inequivocabile assenza di volontà di parlare di Teutoburgo. E sono studiosi di fama nazionale, fa riflettere.     

Ma quando non sono studiosi di fama nazionale sono giornalisti che a volte si improvvisano tali. E’ il caso di Cecchi Paone che comunque non è certo l’unico a fare affermazioni opinabili, e a cui và ad ogni modo tributata una certa simpatia soprattutto perché in un paese come l’Italia, che sembra sopravvivere “culturalmente” grazie alle periodiche flebo di grandi fratelli, ha tentato quanto meno  discorsi più profondi. A volte anche riuscendo piuttosto bene: saremmo faziosi a non riconoscerlo. Paone però ancora in tempi recenti in occasione di una sua trasmissione sul nazismo, ripropone per l’ennesima volta la storia di Hitler che alle olimpiadi di Berlino del 1936 si rifiutò di dare la mano a Jessie Owens in quanto atleta negro. Falso, ancora una volta. Fu addirittura Owens in persona a sostenere il contrario, tanto che in un’intervista su un giornale, l’americano disse: “Non è vero che Hitler non mi strinse la mano. Hitler non strinse la mano ad alcun atleta, vincitore o partecipante che fosse (e figuriamoci se il Fuhrer si metteva a stringere la mano ai 4.066 atleti partecipanti a quei giuochi…). Alla cerimonia di chiusura dei giuochi, Hitler ci passò in rassegna e, giunto vicino a me, mi fece addirittura un cenno di riconoscimento”. (Andrea Benzi, Orion, agosto 2004, n° 239, pag. 48). La stessa notizia è stata peraltro riferita dal Sole-24 ore su di un opuscolo uscito in tre riprese; qui Owens afferma: “Tutti i giornali di allora scrissero che Hitler lasciò lo stadio indignato dopo la mia vittoria nel salto in lungo sul tedesco Long. Non è vero. Quando, dopo essere salito sul podio, io passai davanti ad Hitler per rientrare negli spogliatoi, vidi il cancelliere che si alzò in piedi e mi salutò con un cenno della mano. E io feci altrettanto”. Nel medesimo studio si aggiunge di quanto Owens fosse diventato popolarissimo in Germania in quel periodo e di quanto buoni fossero i suoi rapporti con gli atleti italiani fascisti, mentre – aggiunge ancora Benzi su Orion – è “superfluo ricordare come gli Stati Uniti, grandi accusatori della Germania per le leggi antisemite, mantenessero la legislazione e gli usi discriminatori verso i neri fino a metà degli anni ‘50”. Ma non è ancora tutto; l’azzurro Arturo Maffei presente a Berlino nel 1936 per competere nel salto in lungo al Corriere della Sera così parlò: “Non è vero che Hitler non strinse la mano ad Owens. Non andò così. Ero lì, nel corridoio sotto la tribuna, dopo la gara, il Fuhrer salutò Luz Long che aveva vinto l’argento. Poi andò da Owens (che aveva vinto l’oro) e gli fece il saluto a braccio teso proprio mentre questi gli tendeva la mano per stringerla. Allora fu Hitler a tendere la mano ma intanto Owens si era corretto portando la sua mano alla fronte per eseguire il saluto militare”. Materiale al riguardo sembrerebbe quindi essercene, eppure per qualche singolare motivo la storia di Hitler che rifiutò di stringere la mano del negro Owens continua periodicamente a passare come vera e definitiva: fa riflettere.  

Ma restiamo in questo campo. Quante volte infatti si è sentito ripetere in siffatti documentari della personalità perversa e “satanica” del Fuhrer? E quante altre volte abbiamo sentito raccontare la storia di Hitler che si sveglia allucinato e sudato nel corso della notte mentre urla: “Là, là. Nell’angolo. Chi c’è là?”, mentre i suoi assistenti cercano in tutti i modi di soccorrerlo tranquillizzandolo poco a poco? E via così con altri dettagli tutti a confermare che la presenza avvertita dal Fuhrer era, e non poteva che essere, Satana in persona perché Hitler – così ci hanno raccontato per anni e lo fanno ancora - aveva stretto un patto con il diavolo tanto che ci parlava pressoché quotidianamente. Resta da capire com’è che, avendo stretto un accordo con lui, ne avesse così paura quando questi si manifestava magari per suggerirgli qualcosa: ma qui siamo nel demenziale. Parliamo invece della fonte, unica fonte, da cui questa notizia trae origine e da cui sono derivate tutte le teorie sul satanismo hitleriano: l’autore è Hermann Rauschning ed il libro su cui è riportata è Gesprache mit Hitler, uscito nel 1939 e pubblicato ovunque nel mondo con enfasi e capillare distribuzione. Ebbene, si tratta di un falso. Puntualmente smascherato grazie al lavoro certosino di uno storico svizzero, Wolfgang Haenel, che nel 1983 ne parlò pubblicamente ad un convegno dei membri dell’Istituto di Ricerche sulla Storia Contemporanea di Ingolstadt, quindi non a occasionali turisti di passaggio. La notizia in Italia uscì sul Giornale il 2 ottobre 1985 a firma di Michele Topa (“Hitler mi ha detto” un sacco di frottole) ma “non pare che la stampa italiana né gli storici vi abbiano prestato molta attenzione. […] Infatti, come spesso accade, ciò che conviene non far risaltare in una “società dell’informazione” come l’attuale, si tace, si soffoca. E quel che non si sa, non esiste”, scrive Alleau nell’introduzione al suo libro sulle origini occulte del nazismo. Da notare in buona evidenza che il libro di Rauschning è sempre stato considerato ed utilizzato “come fonte sicura e diretta” così certa che ancora oggi l’episodio del Fuhrer e dei suoi incubi satanici passano come verità definitive nonostante la – questa invece sì – definitiva scoperta della falsità del libro e della totale inattendibilità del suo autore. E’ ovvio che Haenel fornisce prove inconfutabili a dimostrazione della sua tesi, peraltro verificabili da chiunque consultando il dettagliato articolo del Giornale o consultando il libro di Alleau e, ovviamente, mai smentite da alcuno: quindi Hitler non aveva rapporti con il maligno e storici seri confermano lo studio di Haenel. Ma allora perché da più parti si continua a raccontare questa storia perversa del nazismo satanico come fosse vera? Fa riflettere. 

Sotto il regno dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) era stato emanato un decreto che ordinava la pena di morte per tutti quei druidi che avessero sacrificato vittime umane agli dèi, e mai nessuno storico si è sognato di accusare questa legge. Ovviamente giusta, una simile barbarie in effetti andava condannata senza riserve per cui la legge di Tiberio appare più che legittima, sana e civilizzatrice. Ma quanti hanno invece notato o fatto notare che proprio sotto il regno del medesimo Tiberio migliaia di gladiatori e prigionieri venivano pubblicamente scannati non per gli dèi, ma per il meno celeste divertimento popolare? O quanti invece hanno riflettuto sul fatto che, sempre sotto lo stesso Imperatore, per puro gusto estetico e per realismo si faceva ardere un uomo in scena ogni qualvolta si rappresentava La Morte d’Ercole, tragedia di Eschilo? L’episodio insegna come a volte vanno le cose. E in questo clima anche e soprattutto le rune erano viste con grande sospetto, considerate segni druidici magici, perversi, misteriosi. Nel VIII secolo alcuni prelati dichiararono ancora che le rune costituivano un’invocazione al demonio, annullavano il battesimo ed offendevano il pudore qualora fossero state ostentate; in Islanda nel 1100 il possesso di rune era punibile con il rogo, in barba alle illuminate riflessioni greche precedenti di più di un millennio sul relativismo culturale. Ovviamente il fatto che il nazismo - le SS di Himmler in particolare - facesse abbondante uso di questi simboli, non poteva passare inosservato tanto da prestarsi ancora una volta alle più singolari fantasie: ma i conti, ancora una volta, non tornano. Himmler si diceva; sul capo delle SS s’è sentito di tutto a parte un “dettaglio” che ha però la sua importanza, e nemmeno molto secondaria. Nessuno infatti ha mai ben compreso come il gerarca abbia potuto suicidarsi con una capsula di cianuro dopo avere subito un attentissimo controllo ma soprattutto, e qui stiamo per servire un altro dei misteri del nazismo, nessuno sa cosa Himmler abbia detto in una settimana di interrogatori. “I documenti relativi non sono neppure classificati come top secret. Semplicemente è come se non esistessero” scrive Dolcetta nel suo libro. Curioso, estremamente curioso. Il secondo uomo più potente della Germania nazista viene torchiato per una settimana e non esiste un documento che sia uno che riporti l’esito di un colloquio senz’altro definibile storico: perché? Ma procediamo; quante volte il capo delle SS è stato anch’esso dipinto in combutta con il demonio, oscuro e perverso nei soliti documenti e documentari? E le rune, spesso ancora oggi eredi di un ancestrale negativo ricordo collettivo che le vogliono simboli magici quando non satanici (è stato detto anche questo)? Bene, a tal proposito valgano un paio di curiosità da pochi centesimi. Ecco infatti che si dice sulla Sig rune (quella delle SS per intenderci) su un qualsiasi volume relativo ad esse (Nigel Pennick, L’oracolo delle rune, Monaco 1990, ed. Armenia): “ Secondo la tradizione questa runa simbolizza la forza imponente del sole e le qualità vitali della luce del giorno. […] Simbolicamente Sig rappresenta l’influenza benevola della magia, che agisce ovunque nel mondo per preservare la vita. […] Sig è l’irresistibile forza solare in grado di oscurare qualsiasi opposizione […] sarà sempre la luce ad uscire vincitrice dalla battaglia conto il buio”. Si potrà a questo punto dire di tutto, ma non che la runa Sig rappresenti forze oscure, demoniache e perverse: eppure è stato detto dozzine di volte. Ma non è tutto; il simbolo dei pacifisti mondiali (quello di “peace, love and freedom e Woodstock per intenderci) è anch’esso in realtà una runa circoscritta in un cerchio che come tale fu utilizzato per la prima volta nel 1935 dalla Panzer Division della Wehrmacht che combatté in Polonia, Francia ed Unione Sovietica, stesso identico simbolo: chissà se a qualcuno dei pacifisti è mai venuto in mente di pagarne il copyright?  Facezie a parte, concludiamo quindi questa parziale e del tutto in fieri analisi sulle stranezze in caduta libera relative al Terzo Reich spostando l’attenzione sul macabro castello di Wewelsburg, luogo scelto e ristrutturato da Himmler per farci l’accademia delle SS Ahnenerbe. Marco Dolcetta nel 2003 affermava che “non vi era, perlomeno ufficialmente, un vero e proprio rituale di iniziazione per entrare nelle SS Ahnenerbe”, ma nella pagina seguente contraddicendosi afferma lesto che “per quanto riguarda invece la cerimonia della prima iniziazione, di certo si sa che bevevano gocce del sangue di Hitler”: siamo dunque arrivati al vampirismo. Ma non è tutto; è questa volta Alleau che invece già nel 1969 aveva particolareggiatissimi dettagli sulle iniziazioni delle SS a Wewelsburg, a parlare di combattimenti tra uomini a torso nudo contro cani da battaglia, carri armati transitanti su piccole buche scavate in pochi secondi nelle quali i candidati SS si accucciavano lesti, granate fatte esplodere sull’elmetto e, dulcis in fundo, gatti vivi trattenuti a mani nude a cui venivano estirpati gli occhi con un bisturi “per dimostrare la totale indifferenza emotiva davanti al dolore animale e, all’occasione, umano”: strano che questa in televisione non si sia ancora sentita, ma c’è tempo per riparare. Insomma, ce n’è per tutti gusti. 

Quali conclusioni quindi trarre da tutto questo? Ciò che già dicemmo all’inizio di questo breve excursus, ovvero che non saranno certamente alcuni dettagli a cambiare la storia, ma ci si chiede – e legittimamente riteniamo - il perché della necessità ancora al presente e a millennio superato, di inventare fantasiosi elementi da aggiungere ad una storia che è ormai storia. E torna alla mente ancora una volta quell’adagio che vuole che la storia venga scritta dai vincitori, vincitori tra cui gli inglesi che in possesso di notizie come quella che diremo avrebbero probabilmente fatto di tutto per aggiungerla alle già tante altre sentite, non fosse che questa è invece vera e non se ne parla affatto. E’ stato infatti recentemente scoperto che per popolare i propri possedimenti nelle colonie il governo di Londra ha deportato tra il 1850 ed il 1968 ben 150 mila bambini inglesi vagabondi. Esisteva addirittura una legge, la Poor amendment act che legalizzava la deportazione all’insaputa dei genitori. “Durante il viaggio e nei loro nuovi paesi, i piccoli venivano trattati in maniera brutale. La storia è stata insabbiata dalle autorità, ma oggi i pochi sopravvissuti chiedono giustizia”, riporta la rivista Storia illustrata nel marzo del 1998. Proviamo ad immaginare se una cosa del genere fosse avvenuta invece in Germania? Come minimo ci avrebbero fatto un film sopra, anche perché qui non parliamo di streghe o maghetti ma di un fatto storicamente accertato protrattosi fino al 1968: fa riflettere. E molto.  

                                                             Lodovico Ellena