IL SENATORE PIU’ ODIATO D’AMERICA
Maccartismo. Un’invettiva, un insulto.
Maccartista. Uno sputo in faccia dalla New York bene, dalla Washington degli uffici.
Chi poi sia Joe McCarthy nessuno sa, o pochi. A parte il fatto che tutti sanno bene che era un gran bevitore. Basta questo a tanti per classificarlo, per marchiarlo: per metterlo all’angolo.
E’ bastato questo alla Storia da salotto per distruggere un uomo e il suo lavoro.
Per chi non sapesse “maccartista” è un termine adibito ad insulto per chiunque dimostri un’avversione più o meno forte, se non radicale, nei confronti del comunismo.
E Joe McCarthy è il suo capostipite, da cui la denominazione peraltro poco originale.
Fin qui niente di strano direte: era un anti comunista radicale. E allora?
E allora merita di essere conosciuto, merita attenzione la sua storia.
Una storia che è tutta tinta d’America. Una storia che ha respirato l’America profonda.
Nasce in Wisconsin nel 1908 Joe McCarthy: in una delle migliaia di fattorie che circondano la capitale Appleton. Nipote di irlandesi cattolici, quinto di sette figli.
Impara a tirare la cinghia da giovane, ma studia poco e male.
L’educazione che riceve è tradizionale e religiosa. Dopo aver iniziato a lavorare decide di iscriversi alla facoltà universitaria di Legge. Durante il periodo del college scopre la sua passione per l’attività politica.
Già all’università si fa conoscere per le sue idee eccentriche. E soprattutto radicali.
Liberale in economia, tanti lo definiscono “fascista” per tutto il resto.
Sarà a più riprese accusato anche di filo-nazismo: quando nel pieno del processo di Norimberga definirà “una farsa disgustosa” le condanne ai gerarchi nazisti.
Un americano strano, diciamocelo: senza grandi basi culturali ma con un innato spirito di difesa della sua Patria. Un americano che nel pieno della seconda guerra mondiale si era lasciato andare a commenti del tipo: “non capisco perché diavolo mandiamo i nostri ragazzi a morire per scontrarci con i fascisti: per spianare la strada ai comunisti?”.
Ecco i comunisti: secondo la storiografia ufficiale erano per McCarthy una vera e propria ossessione. Secondo i fatti se di ossessione si trattava era senz’altro un ossessione fondata.
Fondatissima.
Ma andiamo con ordine. Joe McCarthy inizia giovanissimo la sua militanza politica nel Partito democratico. E qui è d’obbligo una puntualizzazione: evitiamo di considerare la politica americana – e la loro divisione Democratici vs. Repubblicani – con il rigido schematismo europeo del Sinistra vs. Destra.
Non riusciremmo a comprendere la realtà politica americana.
La presenza di questi due partiti negli Stati Uniti è determinata più da ragioni geografiche e storiche piuttosto che da divergenze culturali o sociali.
Storicamente parlando – detto oggi può sembrare paradossale – il Partito democratico era il punto di riferimento del sud ex-confederale, conservatore e agrario. Mentre il Partito repubblicano rappresentava le coste, e più in generale l’America WASP (white anglo saxon protestant).
Fu così che fino agli anni Cinquanta del secolo scorso le menti più conservatrici dell’America erano organiche ai democratici, mentre i repubblicani raccoglievano i consensi dell’alta borghesia industriale e liberale.
Fu così che McCarthy scelse, inizialmente, il Partito democratico. Partito, va detto, al contrario del Partito repubblicano, favorevole ancora negli anni Cinquanta alla segregazione razziale dei negri. Nelle file democratiche cresce colui che verrà presto soprannominato “Tail Gunner Joe”.
Siamo negli anni Quaranta e McCarthy viene eletto giudice distrettuale del Wisconsin.
Ma siamo solo all’inizio. Nell’adempiere al suo ufficio il giovane McCarthy unisce una politica estremamente popolare, talvolta demagogica.
Lotta contro i trust commerciali, contro le tasse federali e, soprattutto, contro Washington.
Inizia una sistematica lotta contro l’amministrazione del presidente Roosevelt, tanto da dover lasciare il suo partito dopo attacchi sempre più violenti nei confronti “dell’amico di Stalin”.
Diventa repubblicano: guardato con disprezzo dall’aristocrazia wasp del suo nuovo partito.
E’ anzi profondamente inviso alla più parte dei repubblicani per i suoi modi grezzi e per il suo stile rude. “McCarthy scambia la politica per un ring”, dirà di lui Eisenhower.
Ma è solo l’inizio. Dopo aver prestato servizio nell’intelligence durante la guerra mondiale e dopo aver ricoperto il ruolo di giudice distrettuale, Tail Gunner Joe si candida al Senato: il Wisconsin lo incorona suo leader.
La sua elezione a Washington sa tanto di fortuna dannata: nemmeno McCarthy si aspettava un plebiscito a suo favore, come invece avviene.
E Joe McCarthy arriva al Senato: il suo obiettivo è fin dall’inizio uno, chiaro, e determinato.
Contrastare con tutta la sua forza il New Deal e i disastrosi effetti che la politica roosevetiana aveva prodotto nel tessuto sociale americano.
Il New Deal fu percepito da gran parte degli americani come una sberla al libero mercato, e nonostante produsse indiscutibilmente effetti sociali positivi nell’immediato, provocò nel medio-lungo termine effetti devastanti sia sull’economia statunitense che nell’ingranaggio stesso della macchina statale di Washington.
Tutt’oggi il New Deal roosveltiano, celebrato dai libri di testo di storia europei, è radicalmente criticato, se non in alcuni casi ridicolizzato, dalla più parte degli storici americani: per il semplice motivo che il New Deal creò molti più problemi rispetto a quelli che magari riuscì a risolvere in apparenza.
Affermare che il New Deal fu uno degli errori più clamorosi della storia americana non è un’esagerazione. Perché il New Deal foraggiò indirettamente l’espandersi del comunismo nel mondo.
Che c’entra il New Deal con l’espansione comunista, diranno i più?
C’entra, tanto. E questo lo sappiamo grazie all’inestimabile lavoro di ricerca svolto proprio da Joe McCarthy durante i suoi anni al Senato americano.
Il New Deal non fu solo una filosofia politica: fu finanziamenti, aumento della spesa pubblica e soprattutto assunzioni statali di massa.
Basti pensare che nella sola Washington nel ’29 si contavano non più di duemilacinquecento impiegati al soldo degli uffici statali: dopo il New Deal il numero raggiunse e superò i duecentomila.
Già questo basta ad un americano per giudicare: “that’s crap!”, direbbero.
Tradotto per noi italiani: che schifezza!
Ma la schifezza era niente confrontata con il pericolo: il New Deal con il suo abnorme allargamento dei dipendenti pubblici aprì le porte alle spie sovietiche.
E’ un dato, stimato dalla Gallup nel 1995: il 30% degli assunti durante il New Deal (ovviamente assunti tramite organizzazioni sindacali o para-sindacali) erano personaggi al soldo di organizzazioni della sinistra radicale americana.
Non si sorrida a questo: sinistra radicale in America? Ma quando mai!
I dati dicono esattamente il contrario. Dopo la grave crisi del Ventinove i partiti e le associazioni filo-comuniste si moltiplicarono in America. Tutte al soldo di Mosca. E quel che è ancor più grave è che molti dei militanti di queste organizzazioni furono assunti nel pubblico impiego, e in posti strategici.
Il senatore Joe McCarthy si era accorto di questo scenario obiettivamente preoccupante.
E aveva dato il via alla sua battaglia storica: scovare le spie comuniste all’interno dell’amministrazione americana.
Fu la sua unica ragione di vita per tutti gli anni che seguirono al sua elezione al Senato americano. McCarthy fu disprezzato fin dall’inizio dai suoi colleghi senatori: era troppo onesto, troppo vero, troppo schietto per essere accettato dai salotti di Washington.
Tail Gunner Joe preferì l’etichetta di “fascista della campagna” ai flute di champagne dell’America bene. Preferì i suoi ripetuti bicchierini di wodka polacca (Zubruwka, per la precisione) all’immagine pseudo-aristocratica dei politici statunitensi.
McCarthy sentiva di aver compreso qualcosa di importante: troppe spie comuniste si annidavano nei gangli dell’amministrazione americana.
Celebre fu un suo discorso a Wheeling, in West Virginia, dove attaccò frontalmente il presidente Truman per il fatto di coprire più di un centinaio di spie al soldo dell’URSS. Spie, si badi bene, che non lavoravano in qualche scuola elementare dell’Hampshire o dell’Ohio: lavoravano al Dipartimento di Stato americano.
McCarthy disse di avere informazioni precise a proposito: Whittaker Chambers, un ex comunista americano deciso a spifferare tutti i nomi degli infiltrati, gli aveva consegnato una lista di nomi.
E Joe McCarthy non si tirò in dietro: urlò i nomi alla folla di Wheeling.
Erano i traditori degli StatiUniti d’America.
Il fatto che questo discorso sia stato pronunciato in West Virginia non credo sia un fatto del tutto casuale. E’ indispensabile conoscere quello stato degli USA per capire, ma fidatevi: la gente del West Virginia appartiene all’anima più profonda e conservatrice (e pure povera) dell’America.
Gente amichevole fin che vuoi: ma fai loro una battuta maldestra su George W. Bush e ti scordi le successive lattine di Bud. Ti scordi la loro sincera amicizia.
Gente molto diversa da ogni popolo europeo che ho conosciuto. Yankee puri, mezzi cowboy del duemila. Gente con dieci fucili in casa e una cassa di birra in macchina.
E la bandiera americana anche al cesso. Gente semplice, ma americana.
Posso immaginare l’ondata di orgoglio, di onore, di rabbia che le parole di McCarthy provocarono tra gli uditori di Wheeling: da lì, dal West Virginia, è partita la riscossa dei conservatori americani.
Da quel momento Joe McCarthy diventò un punto di riferimento della destra americana.
E un obiettivo fisso per i media liberal.
Ovviamente il discorso di Wheeling fu al centro di numerose inchieste giudiziarie. McCarthy riuscì a provare che gran parte dei personaggi da lui additati come “spie” sovietiche, in effetti, lo erano.
Numerosi sono stati i casi eclatanti di funzionari posti, dai democratici, in funzioni chiave per l’amministrazione della politica estera americana, che risultarono al soldo di Mosca. Uno su tutti, il più eclatante: Alger Hiss, che ricoprì addirittura il ruolo di consigliere generale del Presidente Usa a Yalta.
Proprio quella conferenza di Yalta, che guarda caso, svendette e smembrò, con il consenso attivo degli americani mezz’Europa in favore di Stalin. E il caso di Alger Hiss è solo uno tra i tanti. Un esempio che sta lì a dimostrare quanto non fossero campate in aria le preoccupazioni di Joe McCarthy: i comunisti gestivano uffici importantissimi anche a Washington, non solo a Mosca.
Altro caso a dire poco sconcertante è il caso di Owen Lattimore: consigliere personale di Roosevelt per la Cina, la Russia e l’estremo oriente. Saranno le sue tesi pro-maoiste ad essere alla base della disastrosa politica americana nell’area cinese (che porta al crollo della Cina nazionalista e all’alleanza tra Mao e l’URSS). Ancora più imbarazzanti sono i pensieri che emergono da alcuni suoi scritti a proposito della dittatura sovietica, considerata come un “modello progressista” e le purghe di Stalin degli anni Trenta come un “esempio di democrazia”. Anche Lattimore risulterà poi al soldo dell’URSS.
Il coraggio di McCarthy era però viziato da una vena di esagerata impazienza, che proprio nel momento della sua massima popolarità, quando era senza dubbio alcuno il senatore repubblicano più importante, lo porterà a commettere errori di non poco conto.
Errori tattici s’intende, non errori di merito.
Ottenuta la creazione e la presidenza di una commissione ad hoc per indagare sulla penetrazione di spie sovietiche negli appartati statali americani, Tail Gunner Joe, si fece prendere la mano: incominciò ad indagare anche su alti funzionari dell’Esercito.
E fu questa un mossa sbagliata. Non nel merito, in quanto la storia avrebbe poi dimostrato che tante spie rosse erano effettivamente operanti e funzionanti all’interno dell’esercito statunitense. Ma sbagliata tatticamente: in quanto in America toccare i soldati (tanto più, allora, anni Cinquanta, che gli USA erano impegnati militarmente in Corea) era come fare un harakiri politico. Difatti la popolarità di McCarthy scese rapidamente, improvvisamente.
Soprattutto in seguito all’impossibilità di Joe McCarthy di riuscire a provare la colpevolezza di alcuni accusati dell’Esercito: e fu la fine.
Perché fu costretto alle dimissioni dalla commissione investigativa, e ciò coincise con la sua demonizzazione totale da parte dei media, allora assestati su posizioni decisamente liberal e quindi anti-McCarthy.
La depressione e l’eccesso di wodka non aiutarono Joe McCarthy ad uscire dall’angolo. La politica l’aveva abbandonato: solo più il 3% dell’elettorato repubblicano – si stima – appoggiava ancora Tail Gunner Joe.
Una gravissima forma di cirrosi epatica lo uccide il 2 maggio del 1957 al Bethesda Navy Hospital. Muore da sconfitto. Insultato dalla stampa, e dimenticato dal suo partito.
Da allora McCarthy divenne nel linguaggio e nelle menti dell’America e dell’Europa politically correct il più terribile “cacciatore di streghe” del Novecento.
E “maccartista” uno dei più temibili e temuti insulti politici dei nostri giorni.
Peccato per i liberal, per la sinistra e per i comunisti che le menzogne hanno sì le gambe lunghe, ma prima o poi cascano: infatti la storia ha dato ragione a Joe McCarthy.
In quanto dopo la più poderosa campagna di diffamazione post-mortem mai architettata nella storia contemporanea, la decrittazione dei messaggi e dei codici segreti del Venona Project e l’apertura di parte degli archivi sovietici avrebbero indiscutibilmente dimostrato al mondo, nell’indifferenza vergognosa di storici e giornalisti, che tutto sommato Joe McCarthy aveva ragione.
Ma come sempre accade quando la menzogna si stratifica sulle intelligenze e sulle memorie è dura da scalfire: e così ancora oggi Joe McCarthy è esempio di odio a buon mercato, di stupidità, di inquisizione volgare. Per tanti americani Joe McCarthy è una vergogna.
Gli europei invece ne parlano senza nemmeno sapere chi sia stato Joe McCarthy.
Forse, in fondo è stato uno dei più puri alfieri del mondo libero a combattere davvero contro il comunismo. Forse Joe McCarthy aveva avvertito il dovere morale di lottare senza quartiere contro quell’ideologia assassina che ha obnubilato la ragione di milioni di persone nel mondo.
In uno dei massimi momenti di consenso, a Chicago, il 9 luglio 1952, alla convention repubblicana McCarthy arringa i repubblicani con un discorso vibrante e fortissimo: “Il mondo libero –dice – sta cedendo alle dittature comuniste una media di cento milioni di persone all’anno; e i responsabili morali di questa emorragia globale si trovano ancora a Washington!”. Poi rivolgendosi direttamente all’allora Presidente Truman: ”Signor Presidente, il suo telefono sta squillando stanotte. Cinquemila americani la stanno chiamando, dalle prigioni dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti. Hanno nostalgia del loro paese. Sono soli e probabilmente spaventati. Risponda al telefono, Mr. Truman, risponda!”.
Infine, in vorticoso crescendo di urla e applausi, McCarthy concluse: “Io dico che un comunista in una caserma dell’esercito è un comunista di troppo. Un comunista nella facoltà di un’università è un comunista di troppo. Un comunista tra i consiglieri americani di Yalta è un comunista di troppo. E se ci fosse stato anche un solo comunista al Dipartimento di Stato, sarebbe stato un comunista di troppo”.
Emanuele Pozzolo