“E’ morto Silvio Ortona, il partigiano Lungo, che amava dire, lui così schivo e serio e giusto, di aver contribuito alla liberazione di Vercelli. Di lui, morto a Torino, a 88 anni, in modo silenzioso e in punta di piedi, così com’era vissuto, si ricordano i “vecchi” politici della sinistra storica”. Con queste parole La Stampa commenta agiograficamente la morte del “partigiano-ebreo che amava Cogne”, minimizzando però sull’episodio che più di tutti caratterizzò la vita del “Lungo”, ovvero quello dell’eccidio dell’ex-Ospedale psichiatrico di Vercelli avvenuto il 12 maggio del 1945. Eppure “Silvio Ortona, ebreo scampato ai lager, cugino di Primo Levi, era un uomo buono, leale, giusto”, scrive ancora Donata Belossi su La Stampa l’11 marzo 2005, cosa su cui ci permettiamo di dissentire assolutamente. E ciò sia detto senza offesa alcuna alla memoria ed al rispetto che si deve ad ogni persona, ma Silvio Ortona fu anzitutto colui il quale si assunse la responsabilità di aver dato l’ordine di uccidere tutti quei prigionieri repubblicani, molti dei quali sedicenni e diciannovenni, che vennero barbaramente trucidati dai suoi partigiani comunisti. Erano militi della R.S.I. senza colpe particolari e men che meno senza processo alcuno, che furono barbaramente pestati a sangue dopodiché ancora vivi fatti stendere a decine sul piazzale antistante all’ex-Ospedale (laddove vi era un comando partigiano), per essere poi maciullati vivi dalle ruote dei camion che andarono avanti e indietro fino a ridurre tutto ad informe poltiglia. Ancora oggi i famigliari di quelle vittime, dopo avere tentato per decenni tramite ogni canale possibile, non sanno dove i loro congiunti siano finiti. E il “buono, leale e giusto” Silvio Ortona comandò tale eccidio, anche se giustificati dubbi farebbero invece ritenere che lui, grazie all’immunità parlamentare essendo in seguito stato eletto deputato del P.C.I., se ne sia assunta la responsabilità per coprire altri: ma di ciò non v’è prova alcuna. Alcuni prigionieri furono fucilati invece a Larizzate, ed altri ancora barbaramente trucidati sul ponte del canale Cavour a Greggio nel vercellese, dove ancora al presente nel sabato più vicino al 12 Maggio ogni anno avviene una toccante commemorazione di queste vittime della guerra civile. Su questo episodio contribuimmo grazie soprattutto alle ricerche storiche dell’antifascista ed archivista statale Giuseppe Crosio, alla realizzazione di un servizio televisivo ad opera del giornalista Paolo Pisanò fratello del più noto storico e senatore Giorgio (1) che andò in onda su di una emittente privata milanese. Tempo dopo realizzammo anche vari articoli giornalistici ed alcune interviste in merito, fino a quando decidemmo nel corso della stesura del libro Storie comuniste in bianco e nero (ed. Menhir, Vercelli, 2001), di intervistare proprio Silvio Ortona per avere da lui la sua versione dei fatti, anche e soprattutto per confrontarla con le molte dei parenti delle vittime. Era il 28 giugno 2001 ma Ortona, superato un lungo momento di imbarazzato silenzio, declinò energicamente dicendo che lui “non partecipava a nessuna ricostruzione” dell’eccidio. Queste stesse parole furono riportate sul nostro libro con tanto di virgolette e ad esse non seguì mai nessuna smentita; non solo, ma nel 2004 l’episodio fu riportato anche su un volume storico di altissima tiratura citando la fonte e i fatti (2) che nel frattempo si erano ulteriormente allargati. Nel corso del 2002 infatti, durante un ulteriore approfondimento sullo studio dell’eccidio, emerse che Ortona collaborava invece ancora a riviste legate ai vari Istituti storici per la Resistenza, contraddicendo così di fatto quel che a noi disse in quell’occasione, e cioè che lui non si occupava più da tempo di cose legate a quegli anni di guerra. Seguì quindi a distanza di un anno esatto una nostra seconda telefonata, questa volta più decisi ad andare in fondo soprattutto perché sembrava legittimo e più storico un confronto tra le due parti. Ma Ortona questa volta, realizzato subito chi fossimo e cosa volessimo, rispose istericamente di “non voler fare nessuna ricostruzione, che la cosa non lo interessava minimamente buongiorno e grazie, buongiorno e grazie, buongiorno e grazie!”. Curioso comportamento per un uomo “serio, giusto, buono e leale […] una delle persone rare capaci di assumersi la responsabilità politica di un fatto, l’eccidio dell’Opn (3), di cui, in verità, non fu testimone né diretto né indiretto. Né avrebbe potuto essere altrimenti”, come invece scrive il noto quotidiano. Curioso davvero, anzi sconcertante, anzi stridente. Nel frattempo, da ormai sessant’anni, le famiglie non possono nemmeno portare un fiore sulla tomba dei loro congiunti, per questo recentemente è stato posto un cippo commemorativo di fronte all’ex-comando partigiano di Via Trino a Vercelli (4). In conclusione una vicenda piuttosto brutta, soprattutto se si pensa al tempo trascorso da quei tragici giorni; non si venga poi però a raccontare che il cosiddetto “revisionismo” si nutrirebbe di antisemitismo, idee ambigue e fasulle o di grossolane falsificazioni storiche. Sarebbe invece auspicabile che a qualcuno dei portatori insani di queste teorie venisse invece per una volta nella vita intenzione di manifestare onestà intellettuale, laddove il caso di Ortona potrebbe proprio contribuire ad accendere un sereno dibattito peraltro mai iniziato sulle tante questioni (5) mai affrontate prima: quella degli scheletri occultati negli armadi della nostrana Resistenza.
Lodovico Ellena
(1)
specifichiamo questo perché un nostro articolo in merito attirò
l’attenzione dell’Istituto per la storia della Resistenza “Cino
Moscatelli”, che su di un sito internet ci accusò di ignoranza in quanto
nemmeno in grado di scrivere correttamente i nomi degli autori di riferimento
per le nostre ricerche storiche. Contattati quindi i responsabili del sito
internet facemmo notare che l’equivoco era loro: l’articolo accusatorio sparì
immediatamente, ma di scuse per i poco edificanti epiteti a noi indirizzati e
rimasti on-line per settimane manco a parlarne.
(2)
Raffaello Uboldi, 25 aprile 1945,
ed. Mondadori, Milano, 2004, pag. 324. “Silvio Ortona […]interrogato dallo
storico Lodovico Ellena a proposito di queste stragi, risponderà di “non
essere interessato a operazioni revisionistiche”
(3)
“Opn”, sic et simpliciter:
forse in questo modo più anonimo e discreto il lettore distratto si farà
qualche domanda in meno…
(4)
puntualmente danneggiato da ignoti vandali che ci si augura almeno
essere ignoranti del fatto.
(5)
troppe e forse sta proprio qui il problema, come peraltro ormai evidente
al grande pubblico grazie al libro di Giampaolo Pansa Il
sangue dei vinti, volume che ha avuto il merito di divulgare qualche pagina
di un ben più immenso capitolo di storia.
