Lodovico Ellena 

 

C'era una volta il neofascismo.

 

Sembra che questa sia ormai divenuta l'epoca delle rifondazioni. Prima quella comunista poi quella democristiana, ma a questo appello curiosamente manca ancora quella fascista: almeno considerando con qualche licenza i tre principali orientamenti politici che nel dopoguerra furono vivaci protagonisti per lustri. Non che socialismi o liberalismi così come anarchismi o altri ismi non fossero esistiti, tutti però in qualche modo riconducibili o più o meno gravitanti in una di quelle tre grandi orbite. E tra queste la più ingombrante, la più sconcertante e la più maleodorante fu proprio quella che al fascismo testardamente si richiamava ancora, ossia il Movimento Sociale Italiano. Ma cosa veramente fu alla fine questo Movimento Sociale Italiano? Quali furono i suoi reali presupposti ideologici? E soprattutto: cosa resta ancora di quell'esperienza sessant'anni dopo la sua fondazione? 

Furono sostanzialmente due le componenti che aggregarono migliaia di giovani al Movimento Sociale, il sentimento e la ragione: ma fu la prima a dettare legge per anni. Il sentimento infatti - non scevro da un pruriginoso gusto del confronto fisico e dell'ebbrezza della scomunica -, fu per alcune generazioni il midollo politico portante di quell'esperienza, mentre la ragione subentrò più lenta quando un ormai inevitabile salto qualitativo imponeva e rendeva necessaria una crescita non soltanto numerica, ma a quel punto anche intellettuale dell'intero movimento. I primi decenni furono necessariamente spesi più per mera sopravvivenza che per coltivare bagagli ideologici, peraltro già costituiti, anche se non mancarono figure di spicco; si giunse così ai primi anni '70 dopo un lento aggregato di orientamenti che, ripensati al presente, lasciano attoniti per la loro varietà e per il folcloristico assortimento. Nel Movimento Sociale convissero infatti per anni antiamericani e filoamericani, antimonarchici e filomonarchici - (la Destra Nazionale), antisionisti e mezzi sionisti, statalisti e liberisti, antinazisti e filonazisti, antimodernisti e modernisti, antidemocratici e democratici, cattolici e pagani, latinisti e celtisti: tutto ciò comprese la grande famiglia del Movimento Sociale. Quali furono pertanto, dato tale pittoresco inventario, le componenti definitivamente aggreganti e condivise da tutti? Un'idea più o meno romantica del fascismo, ed un acceso anticomunismo. E fu proprio nei primi '70 che una vasta letteratura cominciò a diffondersi presso la militanza; Evola, Codreanu, Guénon, Gentile, Spengler, Nietzsche, Mishima, Brasillach, Hitler, e più avanti Freda, Prezzolini e Fisichella: un inventario intellettuale multicolore ed abbagliante. Riferimenti culturali spesso esaltati o citati ma altrettanto spesso noti soltanto ad una ristretta elite, letture disordinate che comunque costituirono il nerbo orientativo politico per generazioni di attivisti più o meno affascinati da parole sovente inebrianti, via via meno astratte con il passare dei decenni fino a giungere ad un realismo sempre più esasperato. E il volo cominciò più che con altri con le inebrianti idee di Julius Evola, primo assoluto tra quei maestri:

 

"Devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d'intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole di ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l'uomo del dopoguerra". (1)

 

Di simili concetti quella nuova gioventù missina andava a nutrirsi, e tali parole più di molte altre esprimevano sentire e volere di coloro i quali lentamente crescevano in quegli anni all'ombra dei fondatori del movimento, peraltro ancora necessariamente intrisi più di preoccupazione per sopravvivenza fisica e quotidiana, prima ancora che alla costruzione intellettuale di una filosofia politica adeguata ai tempi che nel frattempo si stavano muovendo. Si giungeva peraltro da un dopoguerra cruento in cui, non soltanto negli anni '40, vendette dettate soprattutto da odio di classe avevano insanguinato l'Italia per lustri a caccia di fascisti, presunti, parenti, amici o interlocutori. Ossia tutta un'Italia, più che mai quella schierata e dichiarata: questo era il clima. Ma gli anni si erano mossi e toccava quindi ai nipoti muoversi nel contesto di un paese che, sull'onda del '68 americano, viveva una stagione creativa, colorata e confusa nella quale nonostante la pelosa dottrina predicante "pace, amore & libertà" si surriscaldava dando così il via ad una stagione di massacri. Fu a quel punto che divenne chiaro che non si stava affatto scherzando e che la tessera di un partito come il M.S.I. poteva segnare il destino di un uomo, come infatti fu per i ventuno Sergio Ramelli freddati tra i '70 e gli '80. Ma se le parole evoliane ponevano l'accento soprattutto sulla questione etica che in effetti fu certamente un intimo sentire di molti attivisti in quegli anni, presto l'etica avrebbe vissuto una trasformazione che al di là del bisticcio di parole dà l'idea di quello svolgimento intellettuale e politico. Dapprima fu infatti etica, poi teoretica, indi estetica, profetica, ipotetica, patetica, diuretica, peripatetica e bisbetica: e non si tratta di bisticcio semantico bensì di realtà. In breve. Etica fu la fase evoliana già vista; teoretica quella degli astratti anni di piombo in cui teorie rincorrevano altre teorie per il puro gusto del teorico. E venne la profetica con i suoi sacerdoti: Spengler su tutti che già nel 1933 disegnava il futuro europeo con sconcertante lucidità e precisione. Fu poi ipotetica, un Freda lo spiega, ad affascinare predicando disintegrazioni di sistemi e successive ipotesi sociali; tutto però sempre pervaso da una militanza sovente patetica tanto fu il condimento di nostalgismi, retoriche e abbigliamenti. E diuretica: Fiuggi. A cui seguì la strada peripatetica ossia del compromesso, della rinuncia, dell'abiura e l'antica fede trasformata in male assoluto. Infine la bisbetica, ossia il male endemico: l'eterna, infinita, sfibrante e inconcludente litigiosità di quella grande famiglia ormai sempre più sparpagliata in partiti, movimenti, cani sciolti, intellettuali, circoli culturali e bocciofile.    

 

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Codreanu rappresentò perciò in quegli anni un fermo punto etico. Il legionario rumeno con la concezione sacra e fanatica del vivere politico ispirato ad un cristianesimo militare, affascinò per la sua intransigenza allergica a qualsiasi compromesso:

 

"Per molti riuscirà sorprendente il fatto, che oltre seicentomila uomini - poiché a tanto, più o meno, ammontano i seguaci di Codreanu - pratichino sistematicamente non solo la preghiera, ma altresì il digiuno: i legionari sono tenuti a osservare tre volte alla settimana il cosiddetto "digiuno nero", che significa, non mangiare, né bere, né fumare. […] I capi del legionarismo romeno fanno anche il voto di povertà, essi non frequentano né riunioni, né teatri, né balli, né cinematografi. Un elemento specifico, che il movimento di Codreanu ha desunto dalla religione ortodossa e che ha già tratti anche politici, si riferisce all'ideale "ecumenico": si tratta di un sentimento speciale di comunità, che non è soltanto quello di una connessione organica fra gli uomini di un dato popolo, ma anche di un sentirsi, in ciò, uniti con i propri morti e con Dio" (2)

 

Una deflagrazione morale contro un vuoto vivere borghese accomodante e pantofolaio, un respiro profondo da altezze spirituali prima ancora che politiche. Un humus sul quale il tempo fece germogliare però non il frutto sperato, bensì troppe differenti e vaghe aspirazioni a volte anche verso una specie di martirio, anch'esso frutto di un conseguente delirio teorico in cui - complici quegli anni - tutto ed il contrario di tutto ribollivano in un identico calderone ideologico. Se dalla parte culturale opposta si assisteva all'allungata stagione nostrana della "pace, amore & libertà" in cui fiorivano personalità culturali inneggianti a vicine rivoluzioni quali Demetrio Stratos e i suoi Area, erano anche convivenze di movimenti religiosi (Hare Krishna) con teorici dell'ateismo, e ancora convivenze tra comunisti ed anarchici ("i compagni che sbagliano"), via fino a consumatori psichedelici ispirati da Castaneda o da Leary fino all'ascesi indù: nella gioventù missina un analogo caos intellettuale germogliava. Un sentire confuso, inebriante, mistico, eretico, irrazionale, una sfida a grigi tempi alla ricerca di assoluto in cui anche Mishima trovava la sua collocazione:

 

"Per l'uomo d'azione, le circostanze in cui l'azione è attesa non differiscono affatto dalla legge per cui gli uomini comuni debbono subire "il tempo". Allorché lo Hagakure afferma: "Quando si presentano due strade, tu sceglierai quella su cui morirai più presto". […] Il carattere è come il corpo di una sciabola. Quando lo tieni conservato semplicemente nel fodero si arrugginisce e anche la lama non è più tagliente: è una cosa che devi sempre usare e curare".(3)

 

Di tali maestri si cibò quindi per alcune stagioni l'intellighenzia sempre più maledetta e maleodorante missina, che andava già comunque a frammentarsi in rivoli, canali, correnti e paludi che a loro volta avrebbero subito analoga sorte dopo il distacco dalla comune casa madre che, almeno nei tempi almirantiani, riuscì per qualche stagione ad aggregare turbolenti e moderati, intellettuali e manovali, in una comune casa litigiosa ma sensibile alla testarda perdente coerenza, ad esempio, di un Brasillach:

 

"La Germania, costretta a difendersi, può averci fatto molto male in quest'ultimo anno, può farcene ancora molto, ed io temo le sue nuove armi che sta preparando, ma certo che il suo irrigidimento, forse pazzesco, ha in sé qualcosa di eroico e di sovrumano davanti a cui la storia, qualunque cosa accada, sarà costretta ad inchinarsi. Lo scrivo qui nella mia prigione con la piena coscienza di ciò che dico". (4)

 

Un esempio di coerenza prima di tutto estetica sovrumana, un modello da ammirare, un uomo che contro ogni convenienza e contro ogni logica benpensante aveva sfidato la morte in una forma alla fine poco dissimile da quelli che per "rispettare la parola data" scelsero la Repubblica Sociale, arruolandosi per una causa già persa: di tanto si nutrì certa estetica missina per lustri e tanto germogliò.

 

"Tu non sai, cara Marzia, che molti tra quanti vorrebbero condannare tuo padre, in quanto colpevole di un delitto che gli Italiani difficilmente perdonano: quello della coerenza, vi sono coloro che gli furono Maestri e, quindi, coi loro scritti lo spinsero sulla strada che doveva condurlo nella Repubblica Sociale Italiana: e vi sono a migliaia, a centinaia di migliaia, a milioni i suoi compagni di un tempo, quelli cioè che dopo aver militato con lui, nel fascismo e "sotto" Mussolini, si squagliarono, stridendo alla maniera dei topi, non appena la barca incominciò a fare acqua".(5)

 

"La dilacerazione era stata, l'8 settembre, dolorosa, violenta, improvvisa: i fascisti si videro e si sentirono d'un tratto come isolati dal resto degli italiani, che applaudivano all'armistizio, minoranza assoluta di contro alle masse di connazionali che volevano la pace ad ogni costo, anche a costo dell'onore".(6)

 

        

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Ma non erano ancora giunti gli anni di estremismo in ciabatte, già che dalla casa madre ordini più o meno nuovi derivavano, avanguardie nazionali o nuclei armati, ordini neri e terze posizioni: su tutte però vi fu un'esperienza che convisse clandestina all'interno della grande casa madre, ossia la fuga politica di Freda. Il pensatore maledetto, la primula nera, il carismatico indiziato principale per la strage di Piazza Fontana se contava pochi proseliti aveva invece lettori e non dichiarati discepoli. Intelligenza di razza ed inquietante teorico riuscì per lustri ad incantare con ipotetiche idee di uno Stato immaginato, sintesi "nazi-maoista", peraltro pervase da intuizioni inebrianti:

 

"Esiste ancora, tuttavia, chi non si lascia possedere dalle seduzioni dell'economia e rimane fermo nella convinzione che compito principale dello Stato non sia quello di garantire l'acquisto o la conservazione del frigorifero, della lavatrice o di maggiori ferie settimanali. Costui ritiene che fine dell'uomo non sia quello di mantenersi, vegetando e soddisfatto, nelle migliori condizioni fisiche di esistenza - ma che vi sia dell'altro; che sia, anzi, proprio quest' altro a dare significato e stile all'esistenza, e che, proprio in virtù di quest'altro valga la pena di sproletizzarsi e di sborghesizzarsi, esaurendo l'ambito di condizionamento determinato dall'esistenza di bisogni fisici alla parte e alle regioni meno importanti dello spazio umano. E' a questa razza di uomini veramente liberi - a questi asceti, nel significato classico dell'espressione, della politica - cui noi proponiamo il dialogo intorno al vero Stato e alla funzione dell'uomo giusto e libero nello Stato: con l'intendimento non di presentare un'entità vaga e sentimentale, ma di orientare verso la intuizione sottile del mito - anzi del mistero - dello Stato"(7)

 

Parole di razza a quel punto sospette all'"ortodossia" di un movimento che ormai necessitava di dover sancire inequivocabili distanze dalla galassia formatasi in quell'orbita e da quei pericolosi militari ideologici. Ma se questa fu una fase ipotetica, sullo sfondo si agitava ancora e mai sopita quella profetica; fin dal 1933 infatti Spengler dipingeva un'Europa a tinte fosche ispirando in quel modo l'idea - appartenuta ad alcuni ancora in quegli anni - della inevitabile necessità di un fato obbligante ad assolvere un immane compito. Peraltro già il Führer aveva avvertito quel fato, e quell'idea di necessario estremo aleggiava nelle notti militanti di molta gioventù.

 

"Oggi, qualche membro della razza bianca cura di uno sguardo quello che succede attorno a lui sulla terra? Volge uno sguardo alla gravità del pericolo che incombe minaccioso su questa massa di popoli? Non sto parlando della folla colta o incolta delle nostre città, dei lettori di quotidiani, del gregge che s'ammassa nei giorni delle elezioni - nelle quali da tempo non sussiste più alcuna differenza qualitativa tra elettori ed eletti -, ma delle classi dirigenti delle Nazioni bianche, se non sono già state annientate: degli statisti, se ce ne sono ancora, dei veri capi della politica e dell'economia, nel campo militare e nel dominio intellettuale".(8)

 

Eccolo quindi il nocciolo della questione: il vero capo. Già che l'anziano Almirante abdicava ormai tragicamente lasciando al suo successore un compito sul cui esito molti poi domandarono se fosse stato concordato, o se invece fosse stata libera opzione di quel nuovo arrivato. Perfetto per tempi plastificati in cui ogni senso aveva perso il suo senso, intriso invece - e con lui un'intera classe - di mediocrità umana volta sempre più all'immediato e sempre più allontanata da qualsiasi idea di vita superiore: ciarpame del passato. Il caos alla fine questo aveva prodotto: una corte alla mercé di un capo, non vero ma senza possibili alternative. Piacente, rassicurante, pettinato, moderato, affabile, educato, di buona famiglia: il chierichetto della porta accanto. Che distanza oramai dall'etica, qui ormai diuretica in direzione peripatetica, che distanza. E cosa restava a quel punto della grande casa madre, di quel confuso inebriante caos, di quei giorni in cui una piccola tessera con una fiammella incendiava lo spirito? Cosa restava all'indomani del legittimo quesito "testimoniare o partecipare?" posta da alcuni poco prima della cosiddetta svolta che in realtà fu - ormai dati alla mano - una vera e propria manovra in contromano sulla opposta corsia autostradale? Restò la voglia rabbiosa di litigiosi gruppi di non accettare quella mortificante abiura, gruppi che unirono in una fiammata che però subito disperse la sua energia in tanti piccoli fuochi fatui. Fuochi che mai più avrebbero ritrovato la forza di produrre pensiero, conditio sine qua non per qualsiasi movimento intenda esistere, occupati come furono per una miserabile sopravivenza quotidiana, e alla fine aggregatisi alla mammella del primo nemico morale. Addio all'estetica, addio a qualsiasi cosa più profonda dell'epidermico quotidiano. Cosa resta.

 

"Non è il superiore che ha bisogno dell'inferiore, ma è l'inferiore che ha bisogno del superiore […] L'essenza della gerarchia sta nel fatto che in alcuni esseri superiori vive, in forma di presenza e di realtà attuata, ciò che negli altri esiste solo come espressione confusa, come presentimento, come tendenza, per cui questi sono fatalmente attratti dai primi, naturalmente a essi si subordinano, in ciò subordinandosi meno a qualcosa di esteriore, quanto a un loro più vero io".(9)

 

Che forse queste parole intendessero che anche il "superiore" fosse contingenza? E che forse quel "superiore" fosse alla fine il camaleonte politico in grado di orientare nel nome di piccole misere convenienze istantanee intere folle preoccupate soprattutto di quel loro piccolo avvenire? Eppure in tanti nel privato di un tavolo di pub non digerirono quelle scelte micragnose, per ciò rispolverando bagagli culturali antichi e sani, quali irrinunciabili principi. Ormai però polverosi, già che qui ora si parla di anticristo politico.

 

"Il fatto che le forti razze dell'Europa settentrionale non abbiano respinto da sé il Dio cristiano non va in verità a onore della loro attitudine religiosa - per non parlare del gusto. Avrebbero dovuto farla finita con un tale morboso e decrepito prodotto della décadence. Ma il non averla fatta finita con quello è per loro una pesante maledizione: esse hanno accolto in tutti i loro istinti la malattia, la vecchiaia, la contraddizione - da allora non hanno più creato alcun Dio! Quasi due millenni e non un solo nuovo Dio!"(10)

 

Nietzsche. Lo si leggeva nelle sedi missine e lo si leggeva ai festival dell'Unità: forse unico caso di saccheggio ideologico di cui resta da chiarire il motivo di tutta quella foga, ma tanto avvenne. Parole scioccanti, un terremoto, una frana di valori: ah, i valori. Eccolo quindi il centro del problema su cosa resta: quali valori restano di quell'esperienza che portò con sé vite, "sogni", rabbia? Era forma articolata di politica che in sé comprendeva etica, filosofia, religione, psicologia, storia, estetica, e non era infatti caso che nelle sedi più centrali insieme al Mein Kampf si trovassero anche i Discorsi sull'arte Nazionalsocialista dello stesso autore: non era certo caso.

 

"Che non si venga poi a parlare, a questo proposito, di "minaccia alla libertà dell'arte". Così come non ci si trattiene dal privare un assassino del diritto di uccidere fisicamente i suoi simili sol perché altrimenti si attenterebbe alla sua libertà, egualmente non è lecito consentire a qualcuno di uccidere l'anima del popolo per evitare di infrenare la sua lurida fantasia e la sua dissolutezza".(11).

 

Di simili tematiche - giuste o sbagliate che fossero - ci si andava però a preoccupare: quanta distanza con il presente del "sì, però…". Anni luce, quasi da pensare che nello spazio di una generazione siano scomparse parentele e sentimenti: spariti, annichiliti, sotterrati. Un ricordo; il volto ispirato di un giovane missino ad un comizio che con mistico sguardo volto a un superiore traguardo ambiva all'immarcescibile destino. Quel volto qualche anno più tardi fece, peraltro con diligenza, il ministro dell'agricoltura: lo sguardo a quel punto più quello della guardinga volpe preoccupata da pensieri ben più radenti. Fu così che dal cilindro del prestigiatore dell'azienda politica spuntò un bel giorno il nome di Prezzolini, l'autore che "tutti dovrebbero tenere sul proprio comodino" come disse. Prezzolini, nulla da eccepire, ma quale lunghezza dai vecchi maestri.

 

"Gli uomini sono disuguali per salute, per età, per sesso, per apparenza, per educazione, per ingegno, per forza, per coraggio, per bontà, per onestà, e per molte altre condizioni dovute alla ereditarietà ed alla fortuna. Ogni legislazione o costituzione che non tenga conto di questo è da considerarsi non soltanto vana ma dannosa. […] Il vero conservatore riconosce come legge naturale che ogni società lotta per conservare se stessa e naturalmente preferisce il proprio puzzo all'odore degli altri. Il vero conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto è l'autorità, che l'esempio vale più dei discorsi.(12).

 

Se per conservatore si intende la conservazione di privilegi acquisiti, tutto improvvisamente chiarisce. Fuor di facezia comunque, quale distanza. Sessant'anni più tardi quel che resta di un fascio. Ma cosa vollero quindi quei giovani e quei meno giovani che si avventurarono in quest'appendice di fascismo, a cosa aspiravano, a cosa tendevano? Verso quale società e quale ordine auspicavano? Quel che oggi più sconforta è il fatto che al presente a simili domande potrebbero rispondere slogan da campagna elettorale in quanto - deve imporlo l'onestà - gli alti ideali naufragati nel marasma di un'epoca che ha sostituito frigorifero con telefono cellulare. "Italia agli italiani" "Politica come servizio", "Dai forza alla protesta", "Vota Antonio, vota Antonio". Così. Che forse le "destre radicali" si riconoscano ancora in rivoluzionari concetti quali:

 

"La violenza è sempre stata l'arma esclusiva con cui gl'individui dapprima, le collettività poi si affermano gli uni e le une sugli altri. Nessun pagano proclamò come proclamarono sedicenti cristiani dei nostri giorni la santità, anzi la divinità della guerra".(13).

 

Che forse qualcuno oggi sposerebbe ancora simili tesi? O prenderebbe la briga di affrontare simili discussioni? Eppure furono vissute e discusse, e in qualche modo - checché possa apparire alla folta schiera dei "sì, però…" -  condizionarono il pensiero di molti, ché ancora al presente frange di neopagani organizzati e disorganizzati crescono. Ma se il dibattito filosofico e religioso langue e latita, rispetto a quel passato ha invece aumentato consistenza quello storico, soprattutto revisionistico. Eccone un buon esempio:

 

"Si può aggiungere che nel movimento fascista, coacervo di indirizzi culturali e istituzionali variamente assortiti (passatisti e futuristi, Strapaese e Stracittà, monarchici e repubblicani, cattolici e laici, industriali e anti-industriali, conservatori e rivoluzionari, nazionalisti e socialisti), era presente anche una componente di ispirazione e vocazione totalitaria. Se questa componente fosse prevalsa, l'Italia avrebbe probabilmente conosciuto un regime totalitario, con tutti gli immensi costi umani, morali, civili che accompagnano tale forma di dominio politico. La monarchia, però, ha rappresentato un deterrente assai significativo alla trasformazione della dittatura fascista in totalitarismo. […] La Casa regnante ha contribuito a far sì che nel movimento fascista prendessero e mantenessero il sopravvento quei filoni, quegli orientamenti, quegli uomini meno inclini alla metamorfosi totalitaria, talché il "ventennio" può ben essere definito un'esperienza autoritaria, non un regime totalitario. Senza il contrappeso monarchico, la via verso la degenerazione totalitaria sarebbe risultata più sgombra e più facile".(14).

 

Queste quindi le nuove preoccupazioni della classe dirigente, peraltro già dimessa, della "grande destra di popolo". Più che legittime per carità, ed alla fine nel loro insieme anche condivisibili, ma quanta polvere sulla lunga strada. Polvere sul percorso di un mondo prevalentemente al maschile che almeno laddove un volto rassicurante ha rassicurato, ha alla fine accolto anche il popolo femmineo: eterno problema ereditato con cura ed amore dalla ruspante galassia "radicale". Forse mancanza di politica in merito, forse di riflessione, o forse ancora meglio dalla mancanza propria di pensiero: ecco quindi, alla faccia dei "sì, però…", la carenza farsi vuoto, orrido, lacuna, abisso.

 

"A Sparta si credeva che una madre sana avrebbe generato figli sani, per questo le donne venivano sottoposte ad allenamenti faticosi e ancora una volta la saggezza degli antichi si è dimostrata superiore alla nostra visto che nell'era in cui viviamo si può tranquillamente affermare che madri in carriera terrorizzate dall'idea di invecchiare generano figlie anoressiche. Una donna è bella finché la sua immagine esteriore è realmente lo specchio di quella interiore, finché mangia con gusto godendo dei sapori, finché invecchia consapevole del suo ruolo nel ciclo naturale di tute le cose, non finché entra nella taglia 38 solo perché uno stilista ha deciso di far indossare la sua collezione primavera/estate a una serie di scheletri umani"(15).

 

E ancora invece in termini di storia che storia non fu, ma che per un non tempo fu come lo fosse:

 

“L’opera di Tolkien appare agli occhi della maggior parte dei lettori come una grande, unica avventura in un mondo diverso, e, forse, migliore. In effetti Tolkien presenta al lettore moderno figure e simboli che solo in parte sono compresi, e le immagini, i simboli e, in particolar modo, i miti, sono essenziali all’uomo in quanto veicoli che conducono ad una dimensione migliore del vivere. Come Tolkien rielabora tramite la fantasia ciò che trae dal suo amplissimo retroterra culturale, cioè lo studio approfondito di forme diverse della Tradizione, così nelle sue opere il riferimento fantastico alla dimensione temporale e, in definitiva, storica, risente necessariamente di questa influenza, certamente positiva”. (16)

 

Verità abbaglianti, forse proprio per questo invisibili ad una società che ha perso la capacità di vedere l'invisibile. Ma se tutto quel che resta di quel movimento che regalò a molti settimane di straordinaria ebbrezza metafisica, discussione, "camerateschi" raduni è ormai solo profondo ricordo, il presente non potrà essere negato nella sua realtà. Quel tempo è finito, quegli anni andati, quei giorni sbiaditi; nemmeno coloro che piuttosto che arrendersi al sistema sarebbero andati a Predappio "con una cassa di vino per finirla così", esistono più: nemmeno quelli. E alla fine infinita tristezza perché, ancora oggi come ieri,

 

"devesi riconoscere poi che la devastazione che abbiamo d'intorno è di carattere soprattutto morale. Si è in un clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole di ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l'uomo del dopoguerra". (17).

 

Un certo Evola.

 

        

 

     

                                                          

 

Appendice.

 

 

 

Io ho voluto continuare, io sto insieme a tutti voi continuando. Sto continuando e continuerò fino alla fine. Nessuno mi potrà distogliere da questo compito, nessuno potrà distogliere - nessuno tra voi - dal compito di continuare. Continuare, badate bene, non imitare! Non limitarsi a rimpiangere. Continuare! Continuare in maniera intelligente, attiva, responsabile! Capire che cosa era stato il fascismo prima del ventennio di governo e di potere, che cosa è stato il fascismo durante il ventennio di governo e di potere, e soprattutto che cosa è stato, è, continua ad essere, continuerà ad essere il fascismo come movimento. Il fascismo come movimento siamo noi! Il fascismo che continua siamo noi!".

Giorgio Almirante, 6 settembre 1987, ultimo discorso.(18)

 

"No Almirante, no Romualdi, voi non morite, non potete morire. La vostra opera, la vostra vita, sono il vostro messaggio, la vostra consegna a noi […] Ci avete insegnato che un popolo senza radici non ha futuro, così come un albero senza radici muore.. Ma noi vivremo per voi e con voi. Ve lo giuriamo col cuore gonfio di dolore e con l'animo colmo di fierezza per essere stati con voi nelle sconfitte e nelle vittorie […] No, caro Almirante, il testimone non è caduto. E' in buone mani. In mani giovani, in mani forti, in mani che non cederanno. Lo porteremo avanti anche per te, anche con te. Perché tu Almirante e tu Romualdi, non ci lasciate. Restate tra noi, alla nostra testa, in piedi, come sempre siete vissuti. Grazie per quello che ci avete insegnato.

Il suo successore, 24 maggio 1988, in occasione del funerale di Almirante e Romualdi.(19)

 

 

(1) Julius Evola, Orientamenti, ed. Settimo Sigillo, Roma, 1987, pag. 18.

(2) Julius Evola, La tragedia della Guardia di Ferro, Fondazione J.E., Roma, 1996, pag. 24.  

(3) Yukio Mishima, Il pazzo morire, ed. Sanno-kai/Ar, Padova, 1979, pagg. 17, 40.

(4) Robert Brasillach, Lettera ad un soldato della classe '40, ed. Europa, Roma, 1997, pag. 70.

(5) Alberto Giovannini, Lettera a Marzia, ed. Tabula Fati, Chieti, 2003, pagg. 14,15.

(6) Pino Rauti, Benito Mussolini, ed. Europa, Roma, 1989, pagg. 100,101.

(7) F. Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, ed. Ar, Padova, 1980, pag. 45.

(8) Oswald Spengler, Anni della decisione, ed. Ar, Padova, 1994, pag. 21.

(9) J. Evola - René Guénon, Gerarchia e democrazia, ed. Ar, Padova, 1987, IV di copertina.

(10) Friedrich Nietzsche, L'anticristo, ed. Adelphi, Milano, 1982, pag. 22.

(11) Adolf Hitler, Discorsi sull'arte Nazionalsocialista, ed. Ar, Padova, !976, IV di copertina.

(12) Giuseppe Prezzolini, Manifesto dei conservatori, ed. Mondadori, Milano, 1995, pag. 36.

(13) G. Costa, Apologia del paganesimo, ed. Europa, Roma, 1989, pag. 19.

(14) Domenico Fisichella, Elogio della monarchia, ed. Vallecchi, Firenze, 1995, pag. 75.

(15) Argentea, Essere e divenire: guida per l'Uomo di Thule, Roma, 2006, pag. 23.

(16) Alberto Lombardo, Tolkien e il tempo, ed. Terra di Mezzo, Udine, 1995. pag. 65.

(17) Julius Evola, Orientamenti, ed. Settimo Sigillo, Roma, 1987, pag. 18.

(18) Augusto Fontana, Italia Tricolore, Ravenna, 20 febbraio 2007, allegato n° 7.

(19) Ibidem.