19 maggio 1939, Benito Mussolini attraversa la provincia di Vercelli a conclusione di una visita che lo porterà anche ad Ivrea e ad Aosta, in giorni che gli storici hanno definito essere "gli anni del consenso". E consenso fu senz'altro, almeno stando agli articoli dei giornali del periodo riproposti in un interessante documento a firma di Piero Ambrosio dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Il Duce infatti transitò a San Germano, Santhià, Cavaglià e Viverone tra il tripudio di una folla letteralmente impazzita e tra balconi gremiti, ovazioni e balilla pronti ad accogliere l'illustre ospite col braccio teso nel "guerriero saluto". A Cavaglià, dove Mussolini era già stato in visita non ufficiale nel 1924 per le manovre militari, ad attenderlo vi erano anche molti bambini dei paesi circostanti lì portati dalle maestre che per l'occasione donarono loro caramelle ed arance. Un aneddoto; una di queste bambine ebbe per l'appunto in dono un'arancia che conservava gelosamente mentre la folla era in attesa del "Condottiero d'Italia" su di una scalinata preparata per l'occasione, se non che al gran trambusto seguito al passaggio della colonna d'auto la giovane perse l'arancia che cadde tra i gradini così scivolando sotto l'impalcatura. Oggi sembrerà poca cosa, ma quella fu una perdita di inestimabile valore per la piccola italiana che pianse molto per quella brutale beffa del destino. Un altro breve episodio; un prete antifascista di quei dintorni invitò i suoi piccoli parrocchiani a presentarsi con gli zoccoli nei piedi: in questo modo avrebbero evitato di dover partecipare all’evento e infatti così fu. Ma quel che oggi fa più specie è però la rilettura di alcuni brani dei giornali dell'epoca, indipendenti e quindi non di parte del partito fascista. La visita nel vercellese del capo del fascismo era cominciata il 17 maggio, due intensi giorni che lo portarono in vari angoli della provincia e che per ciò furono commentati passo a passo dai cronisti: ecco alcuni brani. La Sesia: "Si discioglie un voto lungamente accarezzato. Il Duce ritorna. L'annuncio ufficiale della visita che il Duce compirà nella nostra terra ha colmato l'animo di nostra gente di legittimo fiero entusiasmo, esploso in spontanee manifestazioni di giubilo". Il Biellese: "Per noi il premio è ancora più ambito: è la prima volta che il Duce viene ufficialmente nella nostra regione!". Fiorirono quindi in quei giorni di maggio scritte murali alcune delle quali ben visibili ancora oggi, con massime mussoliniane ed enfatici saluti al Duce. L'Eusebiano, giornale cattolico locale: "Quando passerà il Duce la gente di Vercelli - eroica in guerra e in pace, nella trincea vermiglia e nel solco sudato - lascerà l'aratro e il telaio e accorrerà a salutare il Ciclopico Artiere che ha plasmato il destino d'Italia". L'attesa fu quindi febbrile mentre tutti facevano a gara per primeggiare in questa battaglia di parole dai toni - oggi - forse un po’ surreali: "gratitudine profonda al Condottiero", "dominatore del destino" e popolo che "in Lui s'annulla, per Lui giganteggia nel lavoro, nelle arti, nelle armi". E ancora l'Eusebiano: "Salve o Duce! Vercelli Romana, Cristiana, Sabauda, Fascista Ti saluta!!". Si cominciò quindi mercoledì 17 maggio 1939 dove alle 16,30 Mussolini, accompagnato tra gli altri da Starace, transitò da Stroppiana e per una quindicina di chilometri alla volta di Vercelli dove "il primo rurale d'Italia" sfilò di fronte a mille trattori agricoli al cui posto di guida vi era un agricoltore in tuta azzurra con il braccio teso nel saluto romano. E ancora la Sesia: "i rurali del basso vercellese lo salutano con esuberanza piena di grazia" tanto che quando il capo del fascismo entrò a Vercelli alle prime ore della sera tra fiumane di gente, galleggiare di teste e vortici di folla campeggiava la scritta: "dove le armi di Caio Mario Console distrussero i Cimbri invasori, Vercelli romana e fascista saluta il Duce Fondatore dell'Impero". Sarà così fino a tarda sera quando di fronte alla prefettura e sotto la pioggia in piazza Mazzini una "folla strabocchevole" costrinse più volte con grida "alte e ardenti" il Duce ad uscire sul balcone per salutare romanamente la gente. E fu così anche per tutto il giorno seguente tanto che addirittura molte camicie nere non dormirono per l'eccitazione; poi via tra paesi e genti con gli occhi "lucidi di commozione" e proclami di "amore e adorazione". "Borgosesia è ai Tuoi ordini" mentre "Il Popolo Biellese" scriveva: "poter contemplare da vicino il Duce, potergli lanciare il grido della propria esultanza e della propria devozione, e mostragli come tenacemente, duramente ma con fede serena, quassù si lavora e si coopera alla costruzione dell'edificio dell'Italia futura". Orge di "Duce! Duce! Duce!" e decine di migliaia di persone accorse da ogni dove fino a che intorno alle 18 "si compie l'ardente desiderio di Biella": Mussolini tra le sirene delle fabbriche e le campane a festa giunge con la littorina, da lui inaugurata, nella città che "attendeva pazientemente da diciassette anni questo grande evento". Anche qui, mentre si avvicinava però "l'ora del distacco" la folla dopo un breve discorso di Mussolini "erompe in un'impetuosa dimostrazione di riconoscenza che dura parecchi minuti", tanto da costringerlo per ben quattro volte ad uscire sul balcone. Mussolini tornò quindi a Vercelli dove all'indomani partì per Ivrea ed Aosta transitando appunto tra San Germano e Viverone, ma dovette uscire ancora più volte sul balcone della prefettura per concedersi al pubblico in seguito ai richiami di una folla sempre più eccitata: fu alla fine Starace a concludere la giornata intonando "l'inno a Roma" al quale "la moltitudine si associa". Mussolini uscì quindi un’ultima volta tra il "gigantesco urlo" della folla che concluse quelle storiche giornate avvenute poco più di un anno prima dell'entrata italiana nel secondo conflitto mondiale. Un'ultima singolare nota; durante il tragitto conclusivo alla volta di Ivrea il Duce transitò - come s'è detto - da San Germano vercellese a pochissimi metri da un'abitazione. Fu proprio in quella casa e solo qualche anno più tardi che lì avrebbe preso residenza Urbano Lazzaro, il partigiano Bill, ossia l'uomo che a Dongo sei anni dopo lo avrebbe arrestato scrivendo in quel modo un'indelebile pagina di storia che avrebbe definitivamente cambiato il corso degli avvenimenti.
Lodovico Ellena