Antefatto: nostra unica intenzione quella di conoscere la verità. Qualunque essa sia.

Campi di concentramento nazisti: in questi decenni si è sentito tutto ed il contrario di tutto ma, curiosamente, la questione resta aperta e non sembra destinata a chiudersi su tempi brevi, anzi. Partiamo da lontano. Avemmo modo di visitare Mauthausen in Austria e Dachau in Germania negli anni ’80, quando il cosiddetto "revisionismo" era ancora materia per accademici e di cui poco o nulla si sapeva fuori dagli ambienti specialistici. Per essere più precisi era il giugno del 1984, e nel tardo pomeriggio a Mauthausen restavano ormai poche persone all’interno del campo che, come noi, assorbivano le emozioni che quel luogo trasmette. Vagavamo tra un ambiente e l’altro straniti da un tiepido stordimento, tanto che quasi senza coscienza ci ritrovammo in quella che veniva definita "Camera a gas", il cui truculento utilizzo fu fin troppo descritto. Fu però qui che, in preda ad una tanto ingenua quanto spontanea sorpresa, ci rendemmo conto delle modeste dimensioni di quel luogo: tre metri e mezzo per tre metri e mezzo. Una prima immediata osservazione fu: "ma come è possibile, com’è stato possibile?". Sono infatti ben note le cifre degli sterminati coinvolti nell’Olocausto, e Mauthausen non fu certo uno dei luoghi "minori" di quella allucinante vicenda. Qualcosa del genere anche a Dachau qualche anno più tardi. Qui invece, in mancanza degli ambienti originali, la ricostruzione di un analogo – anche se piuttosto improbabile per dimensioni e struttura - locale di sterminio su cui però mani anonime avevano scritto in francese "mai entrato in funzione", e che nessuno aveva ancora rimosso. Ma si trattava di sensazioni, magari "malate" come qualcuno potrà definirle, ad ogni modo null’altro che sensazioni. Da anni invece seri ed accreditati studiosi stanno indagando questo abisso, tanto che ormai le pubblicazioni in merito non si contano più, e tutte destinate ora a suscitare violente reazioni, ora a passare nell’indifferenza totale: due casi su tutti, lo storico francese Robert Faurisson, ed il ricercatore italiano Carlo Mattogno. I loro libri, in circolazione ormai da anni, sono un vero e proprio "pugno nello stomaco" tanto rimettono in seria discussione tutta la questione dell’Olocausto. Sia il francese che l’italiano portano dati, elementi, osservazioni fatte sul campo, descrizioni, particolari precisi e sconcertanti, tali da porre il lettore in condizione di perplessità. "Per rendersi conto che le supposte camere a gas di Auschwitz non potevano esistere, è sufficiente vedere la camera a gas reale di un penitenziario americano" afferma infatti Faurisson, naturalmente descrivendo una tale serie di dettagli tecnici e pratici - cosa peraltro ampiamente e profondamente esposta anche da Mattogno – da lasciare increduli e straniti. La lettura di questi "negazionisti" (quindi qualcosa di ancor più in là che "semplice" revisionismo) è comunque di tale forza da reggere ormai da anni il confronto con quelle che sono le fonti ufficiali dell’Olocausto, studiate e confutate ormai da molti di questi storici e ricercatori; dice ancora Faurisson in un suo intervento del 12 Ottobre 2003 "si vorrebbe far credere nel caso specifico di Treblinka che secondo l‘Enciclopedia dell’Olocausto in nove mesi 870.000 ebrei sarebbero stati gassati in quel luogo da un solo motore a diesel che produceva ossido di carbonio". E questi sono dati ufficiali, ergo storia ufficiale. Ma gli argomenti per sostenere la tesi sterminazionista vengono affrontati e denudati uno ad uno dagli studi di questi autori, tanto che le risposte ad alcune affermazioni del francese da parte di vari accademici "canonici" non convincono. Certo sarebbe un’enormità pensare che tutto quello che è stato fin qui visto, letto ed ascoltato sull’Olocausto potrebbe non essere così come lo abbiamo appreso, ma gli elementi portati da questi ricercatori – e Faurisson, lo si dica per ulteriore riflessione, perse addirittura il posto all’Università per queste sue affermazioni, così come fu più volte malmenato per strada nonostante la sua ormai avanzata età - danno quanto meno adito a qualche perplessità, a qualche legittimo dubbio. Non vogliamo in questa sede sostenere questa o quella versione dei fatti, ma vogliamo sostenere la verità. La lettura di "Auschwitz, fine di una leggenda" di Mattogno, così come di altri fondamentali testi "revisionisti" è comunque serenamente da affrontare e sarebbe auspicabile – enormità? – lo si facesse anche nelle aule scolastiche. Anche per demolire, soprattutto per demolire, quello che potrebbe essere un attentato alla verità ed alla stessa civiltà: ma lo si faccia, qualcuno per piacere lo faccia perché se ciò non accadrà in maniera chiara, inequivocabile, definitiva ed assoluta, potremmo cominciare a pensare che Faurisson e colleghi potrebbero avere qualche ragione. La verità ha bisogno di sacerdoti, strano che possa sembrare, e Mattogno con la "sua" verità ha comunque dato elementi per fare un’affermazione certa, almeno fino a prova contraria. Sei milioni di ebrei gassati? Impossibile. Lo dicono i mille fatti concreti pedantemente esposti dal ricercatore nei suoi volumi sull’argomento: qualcuno gli dia torto per favore, o potremmo veramente pensare che Mattogno potrebbe avere più di una ragione. Con la verità però, e solo con quella, perché sarà alla verità che alla fine crederemo, qualunque essa sia.

Lodovico Ellena