"L'Islanda non è la meta, l'Islanda è il viaggio". (slogan di una nota ditta di auto a nolo)

 

"Tutto in Islanda fa paura". (Luciano Corona)

 

"Dopo un viaggio in Islanda nulla sarà più come prima".

 

 

 

Prima del viaggio.

 

L'ultima Thule, il sole a mezzanotte, il paese che fuma, il freddo che punge, l'acqua che ribolle, mari di lava, vulcani, iceberg, cavalli, pecore, foche, oceano, balene, cascate: questo e molto altro ancora è l'Islanda. Meta di infiniti itinerari possibili questo paese sta diventando sempre più luogo di interesse da parte di viaggiatori intenzionati a ripercorrere un intenso viaggio nel tempo e nello spazio più che compiere una semplice vacanza, il cui unico scopo sembra invece oggi essere un dovere obbligatorio delle masse, ossia divertimento a tutti i costi. In breve l'Islanda è ben altro che spiagge affollate, discoteche, tintarelle, sballi, localini e "pupe da lumare", è piuttosto l'esatto contrario di tutto ciò. Si giunge a Keflavík - di fatto unico aeroporto internazionale islandese ad una quarantina di chilometri da Reykjavík - e il primo impatto rivela immediatamente alcuni imprevisti: nonostante la temperatura decisamente fresca si notano infatti alcune grosse mosche ronzare mentre la luce del sole è decisamente intensa ed è altresì evidente che l'estetica del paese è decisamente carente e piuttosto insignificante, fatto che rimarrà una costante per quasi tutti i centri abitati islandesi. In effetti molti avvertono di non aspettarsi né cattedrali né grandi opere sui percorsi dell'isola e forse meglio di tutti lo studioso Régis Boyer nel suo libro sui vichinghi (1) ha spiegato che ciò lo si imputa al fatto che il rigore del clima e la popolazione limitata, nonché l'utilizzo per millenni di legno e torba, hanno necessariamente impedito la conservazione di testimonianze urbane, artistiche o religiose antiche. Basti dire che al presente l'intera popolazione islandese consta di meno di trecentomila abitanti e quando si pensa che la sola Torino ne conta invece circa un milione, il discorso si fa immediatamente più chiaro. Interessante comunque, sempre prima di intraprendere un qualsiasi percorso, definire il tipo etnico dell'islandese; Vichingo senz'altro - il cosiddetto "fenomeno vichingo" si data tra l'800 ed il 1050 - si distingue però da altri tipi simili. Tanto i vichinghi danesi erano infatti noti per la loro innata abilità nel commercio così quelli norvegesi erano invece più portati per scelte avventurose, mentre infine i vichinghi svedesi considerati tra i popoli scandinavi come quelli più pacifici. Altrettanto differenti gli orientamenti religiosi: i danesi preferivano Odino, mentre i norvegesi Thor, mentre ancora gli svedesi adoravano Freyr. E un mito da sfatare, ossia quello dell'elmo con le corna divenuto simbolo vichingo tanto nella cinematografia quanto in certa letteratura: nessun archeologo ne ha mai trovato uno, sottolinea ancora Boyer in un passaggio dal sapore revisionista. Peraltro non sono poche le sorprese addentrando la materia vichinga: tutti gli dei furono anch'essi sostituiti dal Cristo, dalla Vergine e da mille altri santi esattamente come accadde un po’ ovunque, ma assai più interessante è invece stabilire il confine di ciò che è possibile definire vichingo. E' qui decisamente arduo stabilire con assoluta precisione filologica ciò che può dirsi celtico o germanico o scandinavo o vichingo, tanto per i costumi quanto per la religione tanto per gli abiti fino alla mentalità quotidiana, questo campo rimane tuttora aperto al dibattito tra specialisti della materia. Per ciò che concerne le rune và infine aggiunto che questi simboli rimangono testimonianza fondamentale per lo studio dei vichinghi anche islandesi; quelle del cosiddetto alfabeto "futhark" composto da sedici caratteri, sono quelle proprie dei vichinghi dell'800: il cosiddetto periodo d'oro. Il dibattito sul presunto valore magico delle rune da sempre in corso viene assolutamente respinto da taluni studiosi ma fu Tacito nel 98 d.C. nella "Germania" il primo che in qualche modo ne diede documento. Scrisse infatti: "(I Germani) dopo aver tagliato un ramo da un albero che produce frutti, lo riducono in schegge e queste, distinte da alcuni segni, spargono assolutamente a caso sopra una candida veste" (2): sarebbe infatti stata tale pratica secondo alcuni il prototipo delle rune utilizzate per presagi e divinazioni, apparse poi però di fatto soltanto un paio di secoli più tardi in Germania. Un'ultima considerazione sulle saghe islandesi; per secoli ritenute documenti fedeli e per ciò utili alla ricostruzione della vita e della società vichinga, tendono oggi ad essere - e solo in questo senso -  ridimensionate nella loro importanza: furono infatti scritte alcuni secoli dopo l'epoca vichinga, facendo per questa ragione riferimento a fatti idealizzati e non di quel presente in fieri, perciò rendendolo meno storico e quindi meno attinente a quella quotidiana realtà.

 

 

 

Il viaggio.

 

La principale strada islandese la statale numero 1 congiunge l'isola in un anello ideale consentendo in questo modo di percorrere il territorio - un nastro di duemila chilometri circa -, così toccando i quattro punti cardinali. Vari tratti di questo percorso non sono asfaltati e un'altra costante accompagnerà il viaggiatore per tutto l'itinerario: migliaia di pecore del tutto libere potrebbero in qualsiasi momento pararsi improvvise di fronte all'auto, per questa ed altre ragioni il limite di velocità in tutta l'Islanda è rigorosamente di 90 chilometri orari. Prima tappa del nostro viaggio la penisola di Snæfellsnes dove ci attende un pernottamento in una fattoria, o almeno ciò che dovrebbe esserlo già che questi luoghi immersi nel silenzio e nella natura più profonda sono in realtà strutture con decine di camere a disposizioni dei viaggiatori con tanto di possibilità di ristoro alimentare. Gli islandesi mostrano immediatamente il loro carattere: riservati ma gentili in caso di necessità nonché disponibili a raccontare ciò che le guide non raccontano: è così che veniamo a sapere di una colonia di foche visibile nel proprio habitat a pochi chilometri da noi. Ci avventuriamo sul posto nei pressi del faro di Garðar e qui tra sterpaglie, dislivelli, sabbia, alghe e sassi dopo un percorso di mezz'ora si giunge sulla cima di un'insenatura che sfocia nell'oceano tra evidenti segni di maree in movimento. Il cielo ed il sole combinano giochi di luce surreali ed il silenzio viene rotto soltanto dal respiro dell'acqua: così và per decine di minuti. Ad un tratto improvviso le foche; adagiate su alcuni massi si confondevano con il grigio delle pietre, mentre altre fanno capolino dall'acqua osservando quegli intrusi. Sembrano interrogarsi sul perché di questa indiscreta presenza e sembrano spiare ogni movimento: è una sensazione eccitante e vigile insieme, già che ci si accorge di essere invasori in un luogo in cui saremmo senz'altro in difficoltà per un'eventuale ritirata: cose simili si vanno anche a pensare di fronte ad un infinito oceano senza certezze civili se non la propria agilità per battersela alla bisogna. Sono solo pacifiche foche ma la prima lezione è già arrivata: quante incertezze recano le moderne certezze.  

 

All'indomani si riparte quindi alla volta di una nuova meta mentre il viaggio porta su di una vetta particolare, molto particolare: si tratta di Helgafell, ossia il monte un tempo venerato dai fedeli del dio Thor. Nonostante la modesta altezza (73 metri) da lì si gode una vista inebriante sul territorio circostante e non si può fare a meno di notare sulla cima dozzine di piccoli tumuli eretti da qualche visitatore: di questi tumuli, il cui fine sembra essere propiziatorio, è piena l'Islanda intera tanto che se ne notano infatti ovunque. Si tratta di piccoli mucchi di pietre, evidentemente presente segno di un sentire lontano e ancestrale. La zona che attornia questo monte è di rara bellezza, e numerosi vulcani inattivi contribuiscono a rendere il paesaggio ancora più imponente e selvaggio. Non distante il vulcano Grabròk che eruttò circa 3000 anni fa e che numerosi viaggiatori di passaggio vanno ad ammirare da vicino scalando il sentiero che conduce al centro del cratere: sensazioni inquietanti, come quella di percorrere i bordi del medesimo osservando l'interno e immaginando devastazione e lava. L'Islanda è un paese che fuma e quel posto è soltanto uno degli innumerevoli luoghi in cui si è scatenato l'inferno, quell'inferno che in dozzine di posti è possibile vedere fisicamente grazie ad eccezionali documentari filmati di eruzioni, alluvioni, terremoti, esplosioni e devastazioni. In qualche caso una speciale pedana rende ancora più realistico il tutto, simulando durante le proiezioni il movimento del terreno durante una di queste eruzioni. Ma più di tutto, forse il paesaggio nei pressi del lago Mývatn rende merito a queste inquietanti riflessioni; quella zona è infatti cosparsa di crateri e le acque sono nere di lava, tanto che il "lago del moscerino" (questa la traduzione letterale di "Mývatn", dovuta ad orde di piccoli moscerini innocui ma assai fastidiosi) viene indicato come perfetto esempio dell'attività geotermica islandese, soprattutto in considerazione del fatto che un'ennesima grande eruzione è ritenuta imminente. La zona alterna prati verdissimi e acque azzurre ad aree di desolato spettrale ma altrettanto suggestivo nero lavico: è una visione irreale, soprattutto verso sera quando la luce del sole degrada lievemente di intensità pur restando comunque viva e luminosa. I dintorni di questo lago sono popolati da innumerevoli specie di uccelli e una chiesetta risparmiata da un'eruzione che sommerse tutto il circondario nei pressi di Reykjahlídh che però miracolosamente si salvò, è meta di curiosi. Peraltro non è l'unico episodio legato a luoghi sacri, tanto che questi fatti lasciano realmente senza parole.

 

Qualche decina di chilometri da quei pressi si trovano altri luoghi suggestivi ed altrettanto impressionanti: Námafjall, Krafla e Dimmuborgir: nomi per noi piuttosto improbabili ma ne esistono di peggiori. Se l'Islanda è un paese che fuma, Námafjall ne è concreta dimostrazione; si tratta di una vasta area il cui terreno è bruciato dal calore sotterraneo visibile in alcune pozze ribollenti dai cui fori fuoriesce un intenso fumo. La temperatura è elevatissima e l'odore di zolfo - sovente presente nelle abitazioni che sfruttano l'energia geotermica portando così acqua calda in casa - onnipresente; il paesaggio è lunare, tanto che a perdita d'occhio è possibile scrutare un panorama giallo ocra, mentre tutto intorno scene da inferno dantesco restituiscono alla vista un ambiente assolutamente surreale. E a pochissimi chilometri da quel luogo il vulcano Krafla maestoso e fumante, caldo e inquietante dall'alto dei suoi 818 metri. L'ultima eruzione avvenne nel 1984 e - come scrivono alcuni autori - in certi punti la lava è calda e fumante rendendo così ben viva l'impressione di un'imminente ennesima eruzione: un'esperienza intensa, soprattutto perché le enormi crepe sul terreno lavico indicano ai geologi una possibile ripresa dell'attività nel prossimo futuro. Da quella cima si gode una vista indescrivibile; tra i possibili percorsi nella lava si giunge al cratere e da lì è possibile vedere in lontananza un vero e proprio mare nero. Una colata lavica dalle dimensioni impressionanti di cui non è dato vedere la fine, come fosse un immenso fiume nero che stempera all'orizzonte; da chiedersi come può essere una simile visione nel momento dell'eruzione, guai però sedersi a meditare queste elucubrazioni: il terreno scotta. Ancora una volta non distante - l'intera Islanda è costellata da simili luoghi tanto che ci si trova obbligatoriamente a doverne escludere alcuni - il sito di Dimmuborgir, ossia "gli oscuri castelli". Si tratta di un percorso della durata di circa un'ora tra sentieri e forme laviche altissime che tempo ed erosione eolica hanno modellato, così creando una vasta area nella quale si ha l'impressione di aggirarsi tra castelli maledetti, ruderi e carcasse di mostri e draghi. Uno dei punti più visitati del luogo nonché famosi è quello di Kirkjan, ossia della "chiesa", laddove la natura ha forgiato una cattedrale gotica dal soffitto a volta e laddove in estate si tengono addirittura concerti: una visione assolutamente sconcertante. Il luogo, forse data la conformazione del terreno riparato da queste notevoli pareti di lava, è particolarmente caldo specie in condizioni di bel tempo: fatto raro ma gradito a noi latini abituati a temperature ben più miti.

 

 

Islandesi e dintorni.

 

Alcune osservazioni sugli islandesi; mentre noi circoliamo intabarrati a vari strati impermeabili, fa contrasto osservare invece gli indigeni in abiti estivi leggerissimi: peraltro ognuno è re a casa propria. Anche le loro abitudini alimentari potrebbero lasciare a volte sconcertati, ma l'occasione di assaggiare la "carne" di balena - quando mai ci si sarebbe ancora presentata un'occasione simile? -  non ce la siamo fatta sfuggire, così come quella di gustare lo "squalo putrefatto" (golosità locale, ossia l'hákarl) e di bere la grappa locale: la Brennivin, 40 gradi ottenuti dalle patate e aromatizzati con cumino. Naturalmente non sono soltanto questi gli alimenti - ad esempio la pulcinella di mare (lundi) và fortissimo da quelle parti -, ma questo è stato il tangibile frutto della nostra esperienza. La balena; ha una consistenza notevole come si trattasse di carne di vitello ma il retrogusto è quello di un pesce: una strana sensazione peraltro ottimo piatto e non ce ne vogliano gli estremisti dell'animalismo ecologico, ma qui si tratta nient'altro che di voler conoscere questa tradizione millenaria islandese. Il Brennivin; ce ne siamo fatti un bel po’ nel corso del nostro viaggio ed è possibile affermare che ha superato senza ombra di dubbio il rigoroso esame a cui lo abbiamo sottoposto: promosso senz'altro, parola di alcolisti a tenuta stagna. Lo squalo putrefatto, roba che le stesse guide consigliano esclusivamente a "chi ha lo stomaco robusto": qualcosa di non lontano dal gorgonzola a ben vedere, così stagionato dopo sei mesi di macerazione sotterranea a causa del gusto acido di quel pesce appena pescato. Sembra che nemmeno gli uccelli che si nutrono di carogne osino toccarlo, non potevamo perciò non cogliere una simile provocazione ma alla fine siamo sopravvissuti all'odore pungente di ammoniaca ed al gusto di carne dal sapore disorientante: servita in piccoli dadi infilati da uno stuzzicadenti nonché accompagnata da un bicchierino di Brennivin, considerato dalle malelingue come "antidoto" a quel sapore. Peraltro anche il pesce essiccato è cosa ordinaria da quelle parti; naturalmente decisamente più potabile per mediterranei in vena di esperienze, lo si trova in ogni dove: dagli aeroporti ai mercati, dagli scaffali da colazione negli alberghi ai banchetti dei bar. E non è niente male, basta soltanto superare l'imbarazzo dell'impatto; chi lo consuma come fosse trattarsi di croccanti patatine, chi invece con fette di pane imburrato. Artigianato; e qui il discorso si fa invece più breve soprattutto perché se si escludono capi d'abbigliamento in lana e gadget vari (assai curioso il simbolo del martello di Thor, il Mjöllnir, onnipresente soprattutto su portachiavi), rimane ben poco da dire. Due oggetti però vanno menzionati; portacandele ottenuti da pietre laviche levigate e bucate al centro nonché venduti a prezzi non del tutto economici e - audite audite!- scatole ermetiche assolutamente vuote contenente "pura aria di montagna islandese": e ne devono ben vendere a giudicare da quante ne hanno in mostra sugli scaffali, oltre a tutto ad un prezzo non del tutto popolare. Stavamo per cascarci anche noi, non fosse che un improvviso lampo di saggezza contadina ci ha fatto riporre quella scatola vuota al proprio posto: beati gli islandesi e sia fatta lode ai gonzi, motori dell'economia.

 

 

Strade e cascate.

 

Le strade - o meglio la strada - d'Islanda vanno affrontate con cautela e giudizio, soprattutto perché ampi tratti sono del tutto privi di asfalto e a ciò si aggiunga il rischio - altissimo - di trovarsi improvvisamente una o più pecore stranite e immobili sul percorso. Nei 2600 chilometri da noi sviluppati ci siamo altresì trovati in varie occasioni ad imboccare un bivio tirando dritto per quella che ritenevamo essere la strada maestra (la già citata statale numero 1), per accorgerci chilometri oltre che quella che appariva secondaria in quanto più piccola e malridotta, era in realtà quella principale. I tratti non asfaltati sono polverosi e zeppi di buche con sassi e scossoni oltre alle inevitabili pecore lì ancora più imprevedibili, mentre ripide discese evolvono verso il nulla civile, tanto che se viene in quei casi alla mente l'idea di una possibile foratura o di un incidente, è meglio accantonare subito simili elucubrazioni: ciò accadesse sarebbero grane grosse. Vagando comunque per tali sentieri si giunge a stupende cascate: tre quelle da noi incontrate sul percorso e lo spettacolo della natura ha ampiamente ripagato quella fatica: Goðafoss, Skógafoss e Gullfoss.

Goðafoss oltre ad essere straordinariamente affascinante ha una sua particolare storia. Secondo la leggenda sarebbe infatti il luogo in cui, assunto dagli islandesi nell'anno mille il cristianesimo come religione ufficiale, le statue delle antiche divinità nordiche furono lì gettate: da qui il nome "cascata degli dei". L'acqua scorre direttamente su di una colata lavica che nel corso dei secoli si è modellata e levigata e il salto è di circa una decina di metri ma la notevole ampiezza del fiume rende realmente suggestivo quell'imponente insieme. Skógafoss è invece alta ben 60 metri e anche qui una leggenda la riguarda: sarebbe infatti custode del ricco tesoro di un colono peraltro mai trovato da alcuno. Infine Gullfoss, 32 metri di acque che si tuffano all'interno di un canyon provocando arcobaleni che è possibile osservare sul ciglio stesso dell'orrido accessibile fino all'ultimo millimetro, senza protezioni di sorta. Anche qui una storia ma assai meno leggendaria e ben più cruda; si tratta della vicenda legata alla persona di Sigrídur Tómasdóttir, energica donna che sul finire del 1800 combatté con tutte le sue forze il progetto di alcuni imprenditori che avrebbero voluto sfruttare la forza della cascata compromettendone così definitivamente la bellezza. La donna, dopo una lunga questione, la spuntò per una serie di circostanze che le furono favorevoli: aveva comunque minacciato di gettarsi tra i flutti qualora le cascate fossero state violentate. Non a caso gli islandesi riconoscenti hanno dedicato a Sigrídur un piccolo museo ed una lapide commemorativa: esemplare antesignana dell'ambientalismo più puro e disinteressato, altro che certa politicaglia nostrana. Ma il viaggio continua e di cascata in cascata nonché di vulcano in vulcano, si alternano altri paesaggi irreali come ad esempio quello offerto dal villaggio di Glaumbær, completamente costruito in torba e visitabile al fine di far meglio comprendere come fossero le abitazioni islandesi di un tempo. In quelle case si svolgeva la vita domestica nell'antichità e, soprattutto nei mesi invernali, in quei pochi metri quadrati si trascorrevano gomito a gomito intere stagioni. Tutto si svolgeva tra quelle pareti tanto che rigide regole comportamentali per sopportare quella coabitazione ravvicinata garantivano la quiete: immaginato al presente per noi individualisti europei continentali, un simile tipo di vita desterebbe qualche ragionevole perplessità. Non distante, a Vidhim Rarkirkja, ancora la torba protagonista: questa volta però si và a trattare di una chiesetta, sito tra i più antichi del paese, piccola ma assai graziosa e molto visitata anche per via del fatto che in tutta l'Islanda testimonianze architettoniche o artistiche del genere restano piuttosto rare.

 

 

Iceberg e mostri.

 

Ma una delle visioni senz'altro più impressionanti dell'intera Islanda resta quella relativa agli iceberg. Li abbiamo incontrati a Jökulsárlón, un posto fuori dal mondo giusto ai piedi dell'immenso ghiacciaio di Vatnajökull raggiunto al punto in cui scioglie in impetuoso fiume: una visione realmente immensa e insieme annichilente. Blocchi di ghiaccio galleggianti che lentamente degradano verso l'oceano in un punto dove nuovamente le foche la fanno da padrone e laddove l'orizzonte perso nel grigio cielo di una normale estate nordica, stordisce ed invita a ripensare la propria vita ed al suo relativo senso nonché a comprendere in un attimo come fu che gli islandesi videro gli dei. Così come nei fiordi, infiniti come tutto quel paese, che si incuneano in ogni dove disegnando contorni sui contorni lavici: un'opera d'arte in continuo mutamento, questo è l'Islanda. E tale scenario forse più che altrove lo si vive a Vík ("baia") il paese delle pulcinella di mare, singolare simpatico uccello incoronato simbolo dell'isola dai contrasti cromatici e dall'aspetto unico; gli islandesi lo mangiano fin dai tempi vichinghi ma la specie è protetta e rispettata così come lo sono cavalli e pecore, evidente omaggio all'importanza che questi animali hanno avuto - ed hanno - per la stessa sopravvivenza umana in quegli estremi posti. A Vík comunque, oltre alle ripide e meravigliose scogliere sferzate dal vento oceanico, è possibile osservare un complesso lavico tuffato nell'oceano a qualche centinaia di metri dalla costa che non può fare a meno di ricordare l'inquietante quadro di Arnold Böcklin "L'isola dei morti", anche se dai cipressi e dalle irreali rocce dipinti dal pittore a quelle colonne laviche resta comunque una certa differenza. Vi è ad ogni modo una sorta di atmosfera simile, grigia e sospesa allo stesso tempo, inquietante e misteriosa insieme. E a proposito di luoghi inquietanti il viaggio ci conduce di lì a poco a Lagarfljót, ameno lago dai colori suggestivi e dall'infinita pace di quelle acque non fosse che qui - proprio come in Scozia a Loch Ness - una tradizione locale vuole dimori un mostro, addirittura dipinto su alcuni quadretti appesi alle pareti del locale ristorante. Si tratterebbe di un enorme serpente acquatico, ma ciò che più fa specie è la conformazione del lago - lungo e stretto - quasi identica a quello scozzese: una somiglianza veramente sconcertante e straordinaria, anche se qui non se ne è fatto il commercio che invece domina ingombrante a Loch Ness dove invece si trovano dozzine di pupazzi di "Nessie", portachiavi, gadget, nonché un museo su quella vicenda mentre alcune agenzie organizzano tour sul lago con tanto di telecamere subacquee che scrutano i fondali del medesimo, fino all'acqua in bottiglia rigorosamente targata "Nessie". Come fare palate di soldi su di una suggestione, tanto meglio la quieta e discreta pace contemplative di Lagarfljót. E' a questo punto che ci mettiamo alla ricerca di un angolo - per quanto possibile - ancora più isolato ed estremo: stiamo infatti andando a caccia di un posto dal nome per noi improbabile, Grenjadarstadur, perché è ferma intenzione di cercare ciò che resta di una lapide con incisioni runiche: e la nostra ostinazione sarà premiata. Il posto è bellissimo tra i bellissimi, ospita un piccolo cimitero (nostra meta) ed un museo del locale folclore ricavato all'interno di alcune case antiche costruite in legno e torba. Conterà si e no cinquanta anime, tanto che esiste un piccolo bar per i visitatori del museo. E' un luogo immerso in una pace infinita dove dozzine di mucche pascolano mentre alcuni bimbi corrono all'orizzonte: difficile dir loro di non sdraiarsi sulla nuda terra per contemplare la bellezza di quel cielo, difficile impedir loro di accarezzare quei pacifici ruminanti, difficile anche immaginare il paradiso tanto diverso da quel luogo. Un vento sferzante accompagna quel girovagare tra lapidi e azzurro e alla fine la ricerca è premiata: eccola, siamo di fronte a vere rune quelle per il cui semplice possesso intorno al 1200 la chiesa in Islanda puniva con la morte. Simboli magici, strumenti del demonio, paganesimo da estirpare: eppure, sia consentito dirlo, su di noi un fascino irresistibile: forse il tempo da cui giungono, forse la palpabile magia che trasmettono, forse qualcosa di profondo e ancestrale per cui il nostro essere vibra di fronte al mistero che le penetra. Per noi le rune significano molto al punto di compiere migliaia di chilometri per poterle vedere e toccare e ora sono qui, incise da qualche mano vissuta secoli fa. Le sfioriamo con timoroso rispetto, le fotografiamo e cerchiamo di impossessarci di quell'immagine mentre il vento sibila: rune vere, tra le più antiche esistenti al mondo: è a questo punto che una birra marca Thule diventa un dovere più che un piacere. Una nota: oltre alla "Thule" l'altra birra più bevuta è la "Viking" ma occorre fare attenzione: in bottiglia hanno gradazione e gusto intenso, alla spina per noi iscritti all'Ordine degli Alcolisti, divengono poco più che acqua.

 

 

Ultimi passi e Reykjavík.

 

Stiamo comunque ormai ripiegando verso la capitale, meta conclusiva di questo peregrinare. Rechiamo quindi a Thingvellir luogo prescelto dai vichinghi islandesi che lì tennero nel X° secolo il loro primo parlamento all'aperto, di fatto così assumendo la paternità della democrazia in Europa. Il posto è tra i più belli dell'intero paese; escludendo il panorama di specchi d'acqua frastagliati misti al verde impossibile di quella pianura, Thingvellir và famoso soprattutto perché dal punto di vista geografico si trova esattamente a cavallo tra nuovo e vecchio mondo, in quanto situato proprio nel bel mezzo di una spaccatura provocata dalla deriva dei continenti. Non a caso qui nel 1944 l'Islanda proclamò la propria indipendenza dal dominio norvegese e danese. Fu questo uno dei luoghi che ispirarono Wagner quando compose l'opera sui Nibelunghi, il che più di tante altre parole spiega molte cose. Ma il tempo volge al termine e resta sulla strada un luogo che ha dato a tutti i posti simili del mondo il proprio nome: Geyser. In realtà si scrive Geysir (chi ha inventato il correttore automatico andrebbe appeso per le vergogne) ed altrettanto in realtà sul posto si può osservare soltanto il fratello minore, ossia lo "Strokkur", che spara acqua bollente fino a 40 metri mentre Geysir raggiungeva i 60. Motivo di quella definitiva quiete quanto di più scemo si possa immaginare: la gente a forza di lanciare pietre al suo interno per ragioni analoghe ai fessi che lanciano monetine nei pozzi o negli specchi d'acqua, lo ha intasato rendendolo di fatto morto. Uno degli spettacoli più incredibili della terra svanito nel nulla a causa di un abisso d'incoscienza nel quale, per quanta luce si faccia, nessuno è ancora riuscito a vedere il fondo.

E alla fine Reykjavík. Due giorni da dedicare a questa straordinaria città il cui termine "città" và sempre inteso in senso islandese già che le loro città nulla hanno a che spartire con le nostre, vuoi per gli ampi spazi tra le case, vuoi per il verde onnipresente. Bohemién, fresca, giovane e frizzante, lo spettacolo vero è la gente più che l'architettura o i musei. Ne abbiamo incontrati di tipi umani; dalla ragazza in tuta subacquea con tanto di maschera e pinne che girovagava per il mercatino delle pulci a quella vestita da superman ai giardini, dal gruppo rock che ci dava dentro secco in pieno centro sotto gli occhi attenti di dozzine di fan etilici fino ad un gruppo di bevitori in mutande colorate come cocorite, per giungere ad una bella coppia di vichinghi con elmo cornuto sul capo recanti seco un'intera cassetta di lattine di birra sottobraccio. Bevono questi vichinghi e - continua a sorprendere questa cosa per quanto noi si sia un popolo piuttosto ballerino - quando scoprono la nostra italianità accolgono la notizia con sincera gioia. Tra i popoli, sembrerà quanto meno curioso, la nostra esperienza ha rivelato che in giro per i quattro cantoni del mondo siamo tra quelli che generalmente si tollerano di più: naturalmente abbiamo anche noi i nostri buoni nemici qua e là ma ci guarderemo bene dal dire che tra loro compaiono gli inglesi: non faremmo mai un'affermazione simile per albionico rispetto, va da sé. E' comunque tempo di valige; quattro ore di volo attendono e l'aereo parte di buon mattino tanto che la sveglia alle quattro è implacabile. Attraversiamo quindi per l'ultima volta quella verde città nell'irreale luce delle cinque mattutine per recarci all'aeroporto; siamo però ancora in tempo per rispondere alla reiterante domanda questa volta posta da un forzuto vichingo: "Vi piace l'Islanda?". "Certo che ci piace, dopo un viaggio in un paese come il tuo, tutto sarà diverso amico". L'uomo si illumina, sorride e ci dona un biscotto: anche questo è l'Islanda, il paese dove vivono gli dei. E noi li abbiamo visti e sia fatta lode a Odino e resa gloria a Thor che vegliarono su di noi concedendoci di percorrere quasi tremila chilometri in condizioni a tratti estreme, senza aver avuto il benché minimo problema. L'Islanda fuma, l'Islanda respira, l'Islanda non è una vacanza: l'Islanda è l'ultima Thule.

 

 

 

                                                                       Lodovico Ellena

 

 

 

(1) Régis Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi (800 - 1050), ed. Fabbri, Milano, 1998.

(2) Tacito, La Germania, ed. Fabbri, Milano, 2001, pag. 213.