
INTRODUZIONE
Tutti quanti conosciamo almeno una storiella, una barzelletta che inizia così: “Ci sono un inglese, un tedesco, un francese, un italiano che….”
Ebbene, forse però non tutti sappiamo che questo tipo di narrazione abbia una paternità illustre. Fu infatti Carlo Goldoni, intorno al 1750, a scrivere una “commedia di carattere”, La vedova scaltra, in cui sono in scena, un inglese, un francese, uno spagnolo e un italiano che si contendono la mano di una bella vedova.
I quattro, affascinati dalla donna, le fanno una corte serrata e la coprono di doni: l’inglese le regala un diamante; il francese le dipinge un ritratto; lo spagnolo le redige l’albero genealogico della sua famiglia e l’italiano le invia una lettera piena di tenere frasi d’amore.
Inutile dire che ad avere la meglio sia proprio il Conte di Bosco Nero, italiano capace di folle passione ed estrema gelosia. Ed ecco nascere la figura del bel conquistatore italico, parco nell’impiego di denaro nel conquistare una signora!
Insomma, già due secoli e mezzo fa, piaceva il confronto tra “caratteri nazionali”, quella situazione in cui, dato un certo contesto, sono chiamati a confrontarsi esponenti di popoli diversi che rispondono secondo una tipizzazione di carattere, che è sì uno stereotipo, ma comunque il tentativo di fissare in modo profondo le caratteristiche di una cultura nazionale: e, già allora, la nostra non appariva delle migliori.
A confezionare un ritratto quasi brutale del nostro popolo fu poi Leopardi che, verosimilmente nel 1824, nel Discorso sopra lo stato presente del costume degl’Italiani, tratteggiò un catalogo amaro delle nostre qualità, o meglio dei nostri vizi, visto che, secondo Leopardi, la nostra identità nazionale è costituita soprattutto da “assenze”, cioè elementi che mancano a noi, ma che sono ben presenti e radicati in altre popolazioni. Scarso è il nostro senso morale; assente è la nostra classe dirigente; fiacca la nostra vita interiore: il clima mite del nostro paese, infatti, favorisce la vita all’aperto e la conseguente attenzione agli aspetti esteriori dell’esistenza, a scapito dell’indagine interiore, e soprattutto della conversazione. Gli Italiani, per Leopardi, non sanno quindi dialogare: si “canzonano” e si “punzecchiano”, senza prestare ascolto all’altro. Che Leopardi prevedesse certi squallidi talk show televisivi nazionali!!?? Mah!?
Certo è che, ancor prima che l’Italia fosse unita in nazione, “italiano” suonava come un epiteto poco elogiativo: la nozione di italiano aveva infatti già acquisito alcune qualità fisse – scarso senso morale, vanità di principi, doppiezza o leggerezza se non bassezza d’animo –che oggi costituiscono la “maschera antropologica” dell’italiano, interpretata sublimemente dal nostro indimenticabile Alberto Sordi.
Il libro di Lodovico Ellena è proprio questo: una carrellata di vizi tipicamente italiani dove, se saremo onesti, riconosceremo certe nostre brutte abitudini o certi nostri scheletri nell’armadio. Che avesse davvero ragione il generale De Gaulle, quando nel secondo dopoguerra, ipotizzò, senza troppa grazia, che l’Italia fosse passata da “Pays pauvre a pauvre Pays” (da Paese povero a povero Paese), miserello, dunque, nonostante la crescita economica degli anni Sessanta? Che dire?
Come possiamo levarci di dosso la nostra miseria?
Proviamo per un attimo a sentirci italiani lontani da una coda in un ufficio pubblico; scesi da un automobile; liberi dal cellulare; a sentirci italiani perché parliamo la stessa lingua di Dante e Patriarca; perché fischiettiamo il coro del Nabucco o un’aria di Madame Butterfly; perché cantiamo le canzoni di Tenco e di Mogol-Battisti; perché passeggiamo in Piazza Duomo o in Piazza dei Miracoli; costeggiamo il lungo Tevere o il Canal Grande; ammiriamo la Pietà di Michelangelo, la Cappella Sistina, il David; gustiamo le trofie al pesto piuttosto che un brasato al barolo o due sfogliatelle alla ricotta….. ebbene ne abbiamo di cose di che essere orgogliosi!
Perché se è vero che “all’italiana” è spesso sinonimo di approssimazione, disorganizzazione, menefreghismo, il “made in Italy” è ciò che ci fa conoscere nel mondo, e non solo per il nostro passato classico - che ci ha sempre riscattati, dandoci vigore e forza nazionale - ma per il nostro presente.
E il nostro presente non appartiene certo solo agli stilisti, ai viticultori illustri, alle automobili di formula uno, no, no è il presente di quegli esseri umani (nati e cresciuti in Italia) che rispettano l’ambiente, le code, i tempi e gli spazi degli altri; che partecipano al dialogo pubblico; che educano i loro figli secondo una morale civile e sentimentale; che, quando varcano i confini nazionali, hanno il diritto di sentirsi rispettati e condivisi.
Silvia Spandre
Manuale di educazione cinica, ossia l'educazione civica attraverso il revisionismo etico.
Noi italiani siamo gente strana. Attenzione, non che gli altri popoli e le altre nazioni siano scevri da difetti in quanto tutti hanno i loro, ma noi italiani siamo gente veramente strana. Per questa ragione molti italiani che pensano di poter trasformare in meglio altri italiani, scelgono di ficcare naso e baffi nel meccanismo amministrativo con la convinzione di poter finalmente fare qualcosa per cambiare usi, costumi, orari e cattive abitudini dei loro connazionali. Non fosse che con gli italiani è impresa disperata, soprattutto perché siamo un popolo in grado di esportare più maleducazione che pizza e soprattutto perché gli italiani quasi sempre pretendono l'infinito dagli altri ed il nulla da se stessi, ma soprattutto ancora perché gli italiani sono e restano qualcosa che tutto il mondo invidia ma che nessuno vorrebbe in regalo: fondamentalmente italici. Ora che sui pregi del nostro amato popolo s'è detto tutto si passi quindi a raccontare dei nostri difetti che sono invece ben più numerosi, divertenti ed istruttivi: come diceva infatti Mark Twain "il paradiso lo preferisco per il clima ma l'inferno per la compagnia", ecco quindi gli inferi ossia l'educazione cinica nostrana. Un'ultima cosa; è un libro dedicato esclusivamente a persone molto sporcaccione e nel contempo a persone molto intelligenti, per cui non ci si stupisca se quasi nessuno lo ha letto: i primi infatti in Italia non esistono, mentre i secondi sono quasi tutti in esilio. Si dia ascolto quindi a coloro che parlano con la saggezza di chi ormai appartiene al '700.
"La maggior parte dei popoli, come degli uomini, è docile soltanto in gioventù; diventa incorreggibile invecchiando. Una volta che i costumi sian già stabiliti, e i pregiudizi abbian preso radice, è impresa pericolosa e vana volerli riformare; il popolo non può sopportare nemmeno che si tocchino i suoi mali per distruggerli, simile a quei malati stupidi e senza coraggio, che tremano solo a vedere il medico".
(Jean-Jacques Rousseau, Del contratto sociale)
Multe: de ammendarum rebus.
Non esiste modo migliore per toccare con mano quanto italiano possa essere un italiano che nel campo relativo alle multe. Tutti le vorrebbero fare a tutti, ovunque, per qualsiasi ragione, multe sulle multe, per divieto di sosta, per eccesso di velocità, per abuso di lentezza, per eccesso di peso o minzione non autorizzata, alcuni multerebbe precauzionalmente i neonati per portarsi avanti con il lavoro mentre altri alle multe aggiungerebbero lapidazione, pubblico ludibrio, fustigazione, tortura, sodomia e fucilazione. Altri ululano che dipendesse da loro quella regione quella città quel paese quella circoscrizione quel quartiere quel condominio funzionerebbero come orologi svizzeri: un consiglio, da questi ultimi occorre guardarsi con particolare attenzione perché generalmente si tratta di alcolizzati non bevitori, razza pericolosissima e in vertiginoso aumento statistico e demografico. Vi è però un però. Appena uno di questi giustizieri in calzamaglia diventasse egli stesso vittima del meccanismo multifero, allora tutto cambia e la sete di sangue umano svanisce: è infatti il sistema che non funziona, la mancanza di buon senso delle guardie, la capacità di comprendere quand'è che si deve e quand'è che non si deve, perché la vittima - generalmente di ritorno dal lavoro, sporca, affaticata, squattrinata, rapinata da poco e con madre mutilata all'ospedale - non ha fatto ciò che gli viene contestato. Mai. E se l'avesse fatto, il vigile che glielo avesse contestato è un cornuto con ricevuta di ritorno perché - e lo capirebbe chiunque - le multe si devono fare soltanto ai colpevoli che sono altri: è in casi come questo che il sentimento trasforma in gas e pone un quesito di straordinaria profondità ed attualità: da dove nasce la legalità? Restiamo dell'idea che bar e bocciofile siano sfuggiti alle riflessioni di Rousseau.
Se è gratis ne prendo quattro.
Esistono persone che riescono a concentrare tutto il peggio immaginabile in un unico punto e già soltanto per questo andrebbero premiate con un viaggio di sola andata. Generalmente questa antropologia umana la si trova in prima fila in occasione di distribuzioni di pani e pesci che di quando in quando qualche mecenate offre al popolo, ovvero quando alcuni offrono gratuitamente volumi, ricotte, distillati o briciole di filosofia. Si pensi a titolo di esempio alle degustazioni gratuite. Vedrete file di questi fenomeni avvicinarsi con il fare annoiato di colui che si colloca tra un clistere e l'infinito e che con aria di sufficienza degusta gratuitamente tutto il degustabile disponibile. Finiti i distillati e salutato l'occasionale benefattore, andranno quindi alla ricerca di volumi, salumi e profumi ancora rigorosamente gratuiti. Generalmente la filosofia di questi professionisti del gratuito è semplice ma disarmante: l'esperienza è uno spreco necessario, dicono incastrando osservatori e commentatori. Sono molto intelligenti, per questa ragione la Digos nulla può contro tale organizzazione non fosse che resta la rabbia del cittadino medio e pagante nell'osservare la loro straordinaria capacità di giustificare i reiterati giri di rifornimento parassitario. Ma far loro la guerra è tempo perso, un po’ come tentare di annegare pesci, ché ci si deve arrendere alla loro capacità di far profitto a spese del mecenate di turno: non si dimentichi che sono infatti stati loro gli inventori dello sciopero della fame a tempo determinato, e se non è genio questo. Un'ultima nota. Va da sé che l'interesse morboso per l'oggetto omaggio, qualunque esso sia, svanisce come sterco in un frullatore non appena il medesimo oggetto acquisisse un qualsiasi valore moneta sul mercato.
Nullafacenti professionisti.
Tipo umano riconducibile a due categorie generali, quella palese e quella occulta. Il nullafacente palese vive generalmente in qualche pubblico locale ove trascorre gran parte della giornata a guardare chi ha la testa più grossa, consuma il minimo indispensabile e a volte viene scambiato per arredamento. Pontifica su tutto e dopo aver trascorso un quarto d'ora in sua compagnia l'idea che l'Italia non sia una nazione ma un insieme di individui che non rispettano delle regole si fa prepotentemente strada (copyright Stefano Bersanetti, osservatore antropologico). Il nullafacente palese celebra la sua nullafacenza e che i benpensanti si appendano per le estremità riproduttive. Indossa magliette fuori moda, generalmente a righe orizzontali, e vaga in su ed in giù con l'aria di quello che stufo di farsi crescere i capelli potrebbe decidere un giorno di farsi crescere le orecchie. Solitamente ha uno sguardo lievemente sollevato al cielo come annusasse. La seconda tipologia è invece più difficile da individuare trattandosi per l'appunto di quella occulta; il nullafacente di questo tipo è generalmente a rimorchio di qualche parente stretto, coltiva hobby che in qualche caso spaccia per lucrosa attività frenetica e si inventa fantasiosi alibi quali lavori. Collaudatore di supposte, rivenditore di carciofini o esecutore di melodie al fischio sono alcune delle attività di questo benpensante, lavori generalmente - dice lui - molto remunerativi, ma assolutamente fuori da ogni tipo di controllo sociale: è questa la ragione per cui puntualmente in pantofole il nullafacente può sempre giustificare il proprio abbigliamento da sonno acrobatico permanente. E' educato e ben vestito, ma assai poco propenso a parlare di impegno sociale fuori dalle sedi acconce ossia salotti, tinelli, trattorie, casinò e luoghi di svago: non è una persona in senso stretto ma un punto e a capo sulla mappa umana. Meno fa e più pretende dal prossimo: fateci caso; vivendo inoltre di fandonie che prima di tutto racconta a se stessi, ritiene che l'altrui ordinaria realtà - essendo per lui inconcepibile che qualcuno possa realmente lavorare - sia una totale fandonia. Per concludere, infortunati si nasce.
Grafomani.
Trionfo della civica educazione danno il meglio di sé su muri, palazzi e latrine autostradali. Negli ultimi anni si è registrato un preoccupante aumento dell'abitudine di estendere tale grafomania alle entrate di chiese, a monumenti ed a locali adibiti alla terza età: per questa ragione alcuni hanno avanzato l'ipotesi trattarsi di pensionati annoiati impegnati in improbabili depistaggi. Per parte nostra non ne siamo affatto convinti, tendiamo invece a riconoscere la scuola di pensiero che ritiene maggiori responsabili cerebrolesi in bilico sulla corda tesa tra bestialità e superomismo. Quando però avviene lo scivolone, ecco apparire una scritta. Attività alternativa del medesimo tipo civico è l'erotocitofonismo, ossia il pigiar tasti citofonici per sussurrare ad ignare ed impegnate casalinghe frasi affollate di falli, d'amore spinto, vertiginoso, e a volte anche contro natura. Idem dicasi per le scritte, verbo vergato del pensiero trasmesso ai posteri; alcune di queste massime divenute celebri sull'autostrada Milano-Venezia celebrano motti che riportiamo a seguito per puro amore di cronaca documentaria, non per ciò assumendocene responsabilità. "Offro più pesce che carne, telefonare a Guido", "Non tutti gli uomini sono maschi: pensaci", "un uomo si misura da ciò che beve", "sono un turbine di goduria, assaggiami. telefonare a Pamela", " Che civiltà sarà mai questa se Tom & Jerry risulta essere uno dei programmi televisivi più intelligenti?". Quest'ultima è peraltro condivisibile.
Parcheggiatori handicap abusivi.
Maleducati interiori, senza giustificazioni. Tipo umano che puntualmente occupa gli spazi adibiti ai portatori di handicap senza averne i requisiti, spesso molto arroganti ma giustificati dalla frase risolutiva: "E' solo per un minuto". A tal proposto un pedante pediatra ha calcolato che per quella stessa strada presa ad emblema passavano nell'arco della giornata in media cinquecento auto; cinquecento minuti al giorno ammonterebbero perciò a più di otto ore al giorno di parcheggio handicappati occupato abusivamente se tutti si fossero fermati solo per un minuto. Riflessioni che al nostro eroe poco fanno e anzi scivolano sopra, perché lui - o egli, come si preferisce -, è esonerato dalle regole che valgono per l'intera umanità trattandosi nel suo caso di materia superflua essendo quel tomo abituato a vivere in costante apnea intellettuale. Fenomeni come questo non capiranno mai che la gente muore anche verso le 19, così come non comprenderanno mai che le regole servono appunto a regolare la civiltà soprattutto per gente come loro, che ne sarebbero i primi destinatari. Per alcuni osservatori antropologici costoro andrebbero seduti su di un carciofo per alcune settimane, ma buchi neri dell'intelligenza come costoro fruirebbero poco di tale rimedio per cui - in un eccesso di zelo civico - altri propenderebbero invece per la fucilazione o la ghigliottina. Qui concludiamo il capitoletto anche perché abbiamo l'auto in divieto di sosta. Solo per un minuto.
Disertori di urne, consigli e decisioni.
Generalmente snobbati soprattutto da quelli che fanno la rivoluzione alla bocciofila, dal vinaio o dal panettiere, i vari consigli comunali, provinciali, regionali sarebbero straordinario strumento di democrazia più o meno diretta ma pochi lo sanno e meno ancora li frequentano. Giuseppe Grillo un giorno disse che è quando si è confusi che si dipende mentre quando si capisce si diventa pericolosi, per questa ragione i cittadini non vengono per nulla stimolati a partecipare ai vari consigli: qualcuno ci ha mai fatto caso? Dovrebbero invece essere proprio i sindaci, i presidenti, gli assessori, i netturbini a strapparsi le vesti per costringere anche con la violenza i cittadini a partecipare ai consigli, perché aveva ben ragione quel milanese di un Gaber quando diceva che la libertà non è fare ciò che si vuole bensì partecipazione. Per questa ragione sono gli uomini a fare la storia e non la storia a fare gli uomini, per Giove. E sempre per questo sarebbe opportuno e decisivo che quegli uomini - ma vale anche per le donne, beninteso - che non sarebbero felici e contenti nemmeno in una favola, di quando in quando si facessero vedere in qualche consiglio per manifestare la propria esistenza. E che i consiglieri ne terrebbero conto è possibile scommetterci, in quanto sarebbe proprio tale novità che farebbe comprendere perché i cittadini perdono sempre le elezioni indipendentemente da chi le ha vinte. La si pianti quindi di occuparsi di cosa aveva previsto Nostradamus (che comunque detto per inciso aveva previsto anche la scrittura di questo manuale e la nostra venuta sulla terra), e ci si cominci piuttosto ad interessare di cosa prevede la nostra classe politica per peggiorare l'immediato avvenire. Se "più fieno e meno libri" è il loro astuto motto per mantenere il popolo crasso, occorre contrapporre al più presto il più rivoluzionario "invadiamo il loro spazio aereo con il nostro odore". E' con l'odore che si fanno le rivoluzioni per questo nei licei scientifici, classici e linguistici così come in molti altri corsi scolastici, si aprono speciali fialette odorose (ma innocue) per marinare le lezioni: possibile che tocchi proprio dire tutto? Si esporti quindi questa rivoluzione nelle sale consiliari: se non ascolteranno la protesta, almeno la annuseranno.
Lordanti al dettaglio.
L’inciviltà fatta carne. Sono dovunque, sono porci con le ali, sono quelli che scartando caramelle, sigarette, brioche, riviste, gadget o peperonate gettano lo scarto in terra ovunque si trovino senza distinzioni di luogo, indirizzo o data di nascita. Sono la peggio gioventù perché con la loro lordura sparpagliata al dettaglio, fanno più male al mondo che un esercito di dissenterici organizzati: costoro almeno eseguono la bisogna nei lochi deputati, centrandoli. Il lordante al dettaglio ritiene invece che tutto il mondo sia un water: chissà perché però all’interno del suo abitacolo con piscina, ascensore, termocoperta e frigorifero non abbandona nessun tipo di liquame, e soprattutto si arrabbia molto se alcuno - preso da ebbrezza di civiltà mal interpretata - dovesse orinargli sul sedile in pelliccia di cucciolo di Labrador. E qualcun altro dovesse far notare invece a quel medesimo lordante quali conseguenze deriverebbero al pianeta se tutti facessero come lui, rincagnisce proclamando frasi allusive quali “fatti i kamikaze tuoi” o “ma vedi ‘n po’ d’annà a murì ammazzato” o ancora “mò ti apro la pancia come a un capretto”. Generalmente a quel punto l’interlocutore desiste. Brutta categoria, divisibile in un paio di sottocategorie: la prima riguarda coloro i quali lordano in silenzio ed in buona fede per pura incoscienza o superficialità e distrazione, ma sempre senza particolari pretese artistiche; la seconda - che è invece la peggiore - concerne coloro i quali lordano con gusto per il puro piacere di dare fastidio o di fare cosa proibita, e soprattutto per sentirsi realizzati come orgasmi deambulanti allo stato solido. Questi subumani per aggiungersi meriti in cielo e per vocazione religiosa digeriscono poi pubblicamente a 500 watt e schiamazzano come ornitorinchi innamorati per rendere partecipe chiunque della loro deficienza concentrata. Sono impermeabili ad ogni tipo di cultura e ad ogni tipo di discorso coerente che superi i due decimi di secondo, e tra i loro parenti alcuni lavorano presso orti zoologici con mansioni dimostrative: in breve, una battaglia persa, una guerra persa, una storia persa. A meno di fucilarli tutti.
Donne martello.
"Se non ci fosse la domanda non ci sarebbe l'offerta", celebra un noto motto divenuto definitivo strumento di chiusura di questo annoso argomento, ergo i responsabili sono i clienti e non le peripatetiche. E c'è del vero per san Gennaro. Un po’ come dire che se non ci fossero i fumatori non ci sarebbe il fumo, o come dire che se non ci fossero le mani non ci sarebbero guanti. Come fare quindi a risolvere questo annoso problema reso ancora più irto dalla chiusura delle case chiuse? Mondo ubriaco. Come conciliare quindi carne, pesce e sentimento? Come decimare le legioni di fruitori di tale mercato? Come convincere la parte migliore dell'uomo che termina laddove finisce la parte peggiore degli animali a collaborare? Semplice, con un altro motto altrettanto definitivo: "La realtà è sempre interpretazione". Come a dire che le prostitute in realtà portano conforto laddove necessita, effimere farfalle nel grande disegno eterno, luce nella nebbia del grigio quotidiano: come a dire che la neve non cade ma cresce, come erba. "La realtà è sempre interpretazione", per questo i clienti la faranno sempre franca, per questo le leggi te le leggi, per questo a volte la differenza tra un eroe ed un cretino diviene millimetrica. Che mondo che gente, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma una soluzione definitiva esiste: basterebbe infatti applicare con pesantissime sanzioni pecuniarie un divieto zonale (o rionale o stradale, a seconda dalle necessità) di movimento meccanico: o si và avanti o si và indietro, e il gioco è bello che fatto. Il che tra l'altro spiegherebbe anche perché chi si ferma è perduto, come disse un celebre statista del XX secolo. Incredibile come a volte le idee più geniali siano dietro il primo angolo e nessuno le veda: a tal uso basterebbe infatti solo sporgersi un pochino.
Turpiloquianti.
Turpiloquio, ossia far uso di un linguaggio osceno. Si è reso necessario precisare di cosa si trattasse gia ché con il linguaggio e lo stile ormai in costante caduta libera, il turpiloquio sembra essere divenuto conditio sine qua non del perfetto micio, padrone ormai assoluto dell'attuale mondo tangibile. Sarà però bene precisare ulteriormente che scopo del presente manuale non è certo quello di bacchettare alcunché ne chissà chi, che anzi noi stessi facciamo uso di quando in quando di parole poco spendibili ad un battesimo o ad una lezione di matematica teoretica. Infatti il nostro vocabolario è ricco di simili bignuole orali (si citino ad esempio popò, diarrea, lunedì o sputacchiera), ma non per questo si ritiene opportuno farne l'abuso che oggi molti esercitano. Non è infatti raro osservando un qualsivoglia canale televisivo cogliere i labiali di termini poco edificanti quali - ancora a puro titolo di esempio - assetata di pene, o vai a fare in un retrobottega, o molto dotata da un punto di vista riproduttivo: e tutto ciò non sembra affatto edificante sia da un punto di vista civico quanto culturale. Per questa ragione nascono infatti come funghi assessorati alla cultura che con ogni mezzo tentano una lotta impari contro questo degrado inarrestabile. Sia detto una volta per tutte: poveri assessori. Quanto è arduo il vostro compito, tanto lo è che sarebbe giusto triplicare il vostro misero compenso mensile composto da tre ova di gallina nostrana, una rotella di formaggio caprino fresco e una pacca sulle spalle: ma qui si fa del basso mercato e si torni dunque al punto. Il turpiloquio è alla fine questione di pura moda, scadente fino che si vuole ma moda. E a tal proposito spiegherà a noi Emanuele Kant in persona di che materia sia fatto tale gusto:
Una tendenza naturale dell'uomo è quella di paragonarsi nel proprio contegno con persone di maggiore autorità (il fanciullo con l'adulto, l'inferiore con il superiore) e di imitarne le maniere. Una legge di questa imitazione, per non apparire da meno degli altri anche in ciò per cui non si ha alcun riguardo all'utile, si dice moda. Essa è quindi una forma di vanità, perché non mira ad alcun valore intrinseco; ed è anche una forma di follia, perché c'è in essa una coazione a lasciarsi condurre servilmente dal solo esempio che molti ci danno in società. Essere alla moda è questione di gusto; chi è fuori moda e aderisce a un uso passato, si dice antiquato; chi non dà nessun valore all'essere fuori moda, è un originale. (Antropologia pragmatica, Laterza, Bari, 1985, pagg. 134,135)
Vivano quindi antiquati e originali e muoiano i servili. E a ciò si aggiunga un adagio, un motto di spirito, una facezia, uno spurgo, una burla: molti di coloro che pensano di essere iniziati, in realtà vengono finiti.
Cani alla catena: o tempora, o mores (che tempi, che costumi).
Se è vero ciò che disse Gandhi, ossia che la civiltà di un popolo si misura da come questi tratta gli animali, la nostra società si troverebbe quindi in bilico tra il nulla ed un piatto di fagioli. Cosa dire infatti di quelle gorgonzole bipedi che costringono i loro fedeli quadrupedi a trascorrere l'intera esistenza legati ad un metro di catena di mezzo metro, o in qualche palmo quadrato di gabbia? Esistono infatti tonnellate di simili personaggi che nascono convinti che per chissà quale diritto divino loro possano contenere un cane in simili spazi angusti soltanto per farlo uscire in occasione della stagione venatoria. Vero gli è anche che costoro di quando in quando li fanno sgambettare, ma altrettanto vero pure il fatto che non appena il povero animale dice la sua viene malamente zittito con bastoni, fionde, frustini, verghe, mazze, gatti a nove code, bazooka e bombe a mano. Che mondo di ciclomuniti, che tempi barbari, che ominidi pirilliformi. Uno dei problemi del mondo contemporaneo è che non si è più in grado di vedere il visibile, si avrà voglia quindi a spiegare a costoro l'invisibile. Come si misura infatti il dolore di un animale? Come si fotografa la sua frustrazione? Ma su tutto, come è stato possibile giungere al punto in cui le cose non possono ormai far altro che peggiorare? Come ha potuto questo sub nulla emotivo, etico ed intellettuale prendere il potere? Sarà per ragioni come queste che ogni volta che imbattiamo in un presidente del consiglio ci viene perciò istintivo di chiedere aiuto? Una cosa comunque è certa: i possessori di cani così operanti saranno per sempre considerabili giuridicamente semiscemi, in quanto nemmeno in grado di raggiungere il completo status di diritto di scemo. Poterlo scrivere sarà poca cosa ma è almeno una soddisfazione. Si consiglia pertanto calorosamente di regalare questo libro ai possessori di cani carcerati o, meglio ancora, di telefonare loro alle tre del mattino sussurrando con urla selvagge intercalate alcuni passi del presente brano. Libertà ai cani in galera per una vera e politica unità cinofila: pensare invece come è possibile manipolare la realtà con belle parole.
Motori, rumori, odori.
Ogni generazione per qualche settimana è convinta di essere quella definitiva, mentre in realtà è sempre e soltanto una generazione: solitamente si comprende ciò quando ci si accorge che le donne di ieri sono diventate ragazze di oggi, e quello è allora il punto di non ritorno. Ma prima di arrivarci si sente la necessità di urlare, fracassare, devastare e orinare su tutto quello che deambula, e fino a qui niente di nuovo. Non fosse che da qualche tempo psicologi, psichiatri, filosofi, sociologi e veterinari si sono improvvisamente resi conto che le ultime generazioni, spesso a causa della latitanza delle famiglie, sono particolarmente vuote, annoiate e scoordinate. Per questa ragione, ossia per esistere, sempre più spesso si abbandonano ad azioni senza precedenti che riempiono quotidianamente cronache e cinegiornali. E il problema è tutt'altro che secondario, soprattutto alla luce del fatto che saranno proprio queste generazioni un giorno ad ereditare un mondo decaduto il cui prevedibile sviluppo sarà ulteriore decadenza. E di ciò siamo tutti colpevoli. Colpevoli di non dire mai no, di non porre limiti, di tollerare ogni forma di inquinamento mentale e fisico, di non mollare un sano ceffone quando ne fosse il caso, di difendere i figli anche quando sono palesemente colpevoli di qualcosa, e colpevoli di delegare l'educazione al televisore "così comodo". Ma anche devastante, distruttivo, antieducativo, rimbecillente. La ragione è semplice: i governi che dovrebbero educare si sono invece adeguati ai gusti beceri della massa e il risultato sono orde di dodicenni che si comportano come trentenni, e orde di trentenni che si comportano come dodicenni. Per forza, ma per forza che poi l'uomo comune della strada si sente in dovere di mostrare la propria collezione di farfalle a chicchessia: qui non se ne capisce più un caco e l'istinto la fa così da padrone. Un'ultima chicca; non a caso un giorno in un noto liceo della capitale sabauda giunse tale domanda di assunzione: "laureato in veterinaria si rende disponibile per operare presso il vostro istituto": quando i confini sfumano. Operare chirurgicamente o operare come educatore animale? Mah, come dicevano nonni estremisti in ciabatte di un tempo rivolti alle nostre generazioni (e come prima di loro dissero altri nonni) "dove andremo a finire con questa gioventù?". Ma alla fine per tutti l'ovvio arriva ovviamente.
Sperperi.
La prima riforma di cui l’Italia abbisogna è quella dei privilegi parlamentari per questo nessuno la realizza. Siamo infatti specializzati ad inventare mestieri, cantieri, apotemi e problemi, e altrettanto specializzati a non vedere i guai esistenti; un lattaio di Bergamo ha calcolato che tutta la macchina parlamentare costerebbe al cittadino cinquemila euro al minuto, ma si trattava di una bufala. Peraltro in tema con la materia del suo negozio: almeno qui si dice coerenza. Tra onorevoli, senatori, ministri, sottosegretari, scorte, portaborse, presidenti, capigruppo, mezzi uomini e birilli Dio solo sa quanto succhia quel meccanismo all’italica mammella: non sarebbe ora di svezzare cotanta genia? Nemmeno il più prestigioso domatore di microbi guadagna infatti come l’ultimo parlamentare e ciò fa reale scandalo. Orrore. Disgusto. Fastidio. Prurito. Allarme. Stordimento. Paura. Sconcerto. Ma tutto ciò poi per cosa? Per legiferare qualche leggina che condanna i portatori del muscolo di Buddha a vivere in una società sempre più anoressica? Via, siamo seri. Per stabilire ancora per legge che il popolo americano non è una nazione ma un insieme di individui che rispettano delle regole? Via, siamo seri. Per governare un paese facendolo restare in bilico tra il forse ed il ma per lustri e quinquenni? Suvvia, siamo seri. La realtà è che qui si è presi tra carne e pesce e che a questo punto un po’ di sano revisionismo geografico non guasterebbe: nel nostro piccolo lanciamo pertanto la proposta di collocare Camera e Senato sulle falde dell’Etna, almeno in questo modo si risparmierebbe qualcosa sul riscaldamento sfruttando il calore naturale del vulcano. Tutto poi perché il cittadino medio mentre il tenore di vita di codesta parassitaglia si leva di minuto in minuto, si vede invece costretto ad inventare mestieri neri e sapori per arrotondare; si prenda ad esempio il caso di quello scrittore che per sopravvivere pensò di affittare baci. Un giardiniere di Firenze ha però a tal proposito calcolato che quello scrittore per raggiungere mensilmente la quota di un parlamentare avrebbe dovuto affittare baci da 16 di misura, per almeno 1846 volte in un mese: cose da pazzi. E’ uno scandalo: ora è chiaro perché di sterminatori in giro non se ne vedono mai mentre di sterminati son piene le piazze, per cui concludendo: al posto di arricchire uranio non sarebbe forse il caso di cominciare ad arricchire poveri?
Applausi ai funerali.
Da qualche tempo si è imposta un'usanza realmente singolare, ossia quella di applaudire ai funerali; Barbara Ronchi Della Rocca nel suo Piccolo galateo scrive invece a tal proposito: "Mai, in nessun caso si applaudirà al passaggio della bara": chi avrà dunque ragione tra le due scuole di pensiero? La tradizione o l'innovazione? In effetti alcune domande sorgono spontanee; a cosa si applaude infatti in questi casi, forse alla persona che è morta? Come a dire: era ora che ti togliessi dalle scatole, che di te ne avevamo piene le tasche. Oppure si applaude a ciò che ha fatto in vita il cadavere anche se spesso non ha fatto nulla di particolare? Oppure, e sembrerebbe la motivazione più ragionevole, come forma liberatoria di partecipazione emotiva per una morte prematura e a volte violenta, ed altre volte invece tragicamente assurda? Sia come sia tutte le usanze - lo insegnano alcuni millenni di civiltà che da qualche tempo sembrano essere divenuti un optional - hanno un loro senso e così anche questa; sembrerebbe quindi che rispettare in mistico silenzio esteriore una vita spezzata, sia la migliore forma di partecipazione emotiva: si riflette in silenzio non in curva mentre segna la squadra del cuore, si rispetta in silenzio non tra i chilo decibel di un aeroporto. Un applauso ad un funerale sa un po’ di show mercantile ed è forse frutto di una certa diseducazione mediatica invadente e becera: proviamo infatti a pensare cosa succederebbe laddove invece la morte vien vissuta come una grande festa, se improvvisamente tutti si mettessero in un angolo a piangere, digrignare i denti e a frustarsi a vicenda. Maledetta televisione, scrofa etica e fognatura civica. Però anche qui una soluzione ci starebbe: se la potenza delle emittenti becere fosse infatti ridotta per legge, ma così ridotta da far sussurrare le notizie al punto che quelli del primo piano dovessero trasmetterle per citofono a quelli del quinto, tutto si risolverebbe. Chi si accollerebbe infatti a quel punto la fatica di raccontare il quotidiano sacco di puzze a tutti gli inquilini del condominio? Bisogna prenderli con la fatica: se la cultura è schifata perché è faticosa, la sub cultura lo divenga ancor di più così finiranno di praticarla. E ora, silenzio.
Accodati e scodanti.
Sono un'odiosa categoria italica quelli che entrando in un ambiente qualunque con lo sguardo scemo misto imbecille, fanno fessi gli accodati senza che questi se ne siano punto resi conto: è a quel momento che l'accodato con regolare permesso di soggiorno in coda, beve l'amaro calice della beffa. Si tratta di una partita aperta da decenni quella tra l'accodato e lo scodante, il cui risultato è a netto vantaggio di quest'ultimo anche se da qualche tempo - soprattutto grazie alle macchine distributrici numeri, raro esempio di tecnologia finalmente applicata al servizio della civiltà precolombiana - la misura si è ridotta. Ecco quindi a seguire alcuni utili consigli per evitare di essere scavalcati dai professionisti della scodatura. Ogni qualvolta ci si debba mettere in coda concedersi qualche tempo per consentire la crescita di lungo crine vago coda equina, indi infilare stivali appuntiti e fissare borchie su tutto il borchiabile esteso pel villico corpo, infilare poi pantaloni di pelle nera e procurarsi un paio di cicatrici sul volto, mutilarsi un dito pollice e ostentare sguardo trucido con braccia scoperte tatuate sui precedenti tatuaggi dimostrando insofferenza, e di quando in quando trattenere - ma non troppo - una profonda et ancestrale digestione: basta questo poco e a quel punto nessuno scavalcherà più tale esemplare di accodato. Si tratta di sola immagine alla fine, look, restyling. In alternativa per donne inibite ed eventualmente a disagio con suddetto stile: ondeggiare. Se lo scodante è maschio non farà eccezione alla media latina e resterà in coda per meglio osservare l'ondeggiante esprimendo pensieri carnivori; se la scodante è invece femmina prenderà ad ondeggiare anch'essa per emulazione e per combattere l'ancestrale guerra non dichiarata tra ondeggianti e surfisti della domenica, dimenticandosi così di scodare: va da sé.
Suonerie invadenti.
"La musica è fatta di quello che non si può scrivere" disse un giorno Stravinsky, ma le suonerie da infarto per cellulari da infarto sono ormai divenute il male necessario del secolo, una priorità che i governi dovrebbero seriamente considerare. Hanno infatti volumi sempre più invadenti e suoni sempre più imprevedibili, tanto che un giorno in una stazione della provincia bergamasca trillò una di queste suonerie che il capostazione equivocando fece avviare il treno, causando così un anticipo di trenta minuti: cose che in Italia capitavano soltanto negli anni trenta, che però proprio per questa ragione divennero poi anni quaranta. Ma il problema è serio, ciclopico, biblico, aporistico, atavico, plumbeo. Sono infatti molti i deboli di cuore e sono altrettanti gli amanti della discrezione, perché quindi violentare quei loro sentimenti? Quei suoni improvvisi ed imprevedibili potrebbero infatti causare danni irreparabili agli organi interni ed esterni di molta umanità: insorgano costoro. Possibile che in Italia vivano soltanto audiolesi necessitanti di suonerie ululanti barriti d'elefante, evacuazioni d'ippopotami o urla di condannate al rogo? Possibile che si debbano concentrare così tante deficienze in un unico punto acustico? Possibile che concetti come discrezione, educazione e zabaione siano transitati del tutto a sbafo durante la civiltà? E possibile che tutto ciò non dia da pensare a chicchessia sugli eventuali effetti collaterali? Poniamo il caso; se un utente transitasse infatti con una suoneria da allarme radioattivo nei pressi di una centrale nucleare cosa accadrebbe? O se un altro con una suoneria da fame transitasse nei pressi di un ristornate a due stelle, cosa accadrebbe ancora? Ad ogni modo sappiano costoro che è stato scientificamente e statisticamente provato che spira una novantenne ogni 712 squilli di telefono cellulare: ciò dà da pensare. E siamo tutti responsabili. Ogni volta quindi che ululerà una suoneria oltre al consentito si randelli l'utente e si riduca in poltiglia l'oggetto del contendere, motivando quell'azione come applicazione della legge perenne sulla tutela violenta dei diritti dei validi civili: è infatti ora di finirla con la discriminazione delle persone normali.
Non lettori.
Che gli italiani non leggano è invece una sporca e crassa fandonia inventata dal nemico e ci sono almeno sette modi per dimostrarlo: ne allargheremo pertanto uno. Si provi infatti a scendere per strada con un gesso - preferibilmente colorato, altresì indossando abiti fluorescenti a pois perché poi alcuni non dica che ci si voleva far notare - e si scriva si di un muro un motto, una facezia, un enigma, una burla, un lazzo, un frizzo: tutti leggeranno. Si scriva ad esempio “coccodè” e vedrete che molti si fermeranno a leggere e qualcuno anche ad applaudire: è in quel caso che avrete la sensazione che vi stiano sopravvalutando ma, conoscendo più da vicino chi vi sta applaudendo, penserete a quel punto di essere ben sottovalutati. A questo serve la lettura, ad acquisire coscienza. Altro esempio; si provi ad indossare una maglietta di cotone bianca recante in sé la scritta “collaboratore di giustizia permanente a pagamento”, oppure e meglio ancora “guarda la chimica a volte che ti fa” aggiungendo a ciò una freccia indicante un puntino desolato nella zona della vergogna: tutti leggeranno In realtà non sono gli italiani che non leggono ma è la qualità della letteratura che lascia a desiderare, invogliando così poco o punto a quel nobile mestiere. Altro esempio; chi scorre codeste righe che sta facendo: legge, benedetta gioventù, sta leggendo! E ancora un’ultima dimostrazione di quanto gli italiani sian coscienti lettori, fini critici e più tordi che mais: si tratta di una novella, in realtà piuttosto stagionatella. Vi era quindi in un paese che diremo per convenzione chiamarsi Adelaide, un giovane praticante scrittore a bottega da mastro Lumaca così detto per la sua proverbiale scia argentea; il Lumaca istruì così bene quel discepolo che egli un sano dì partorì un singolar romanzo che tutti compresero immediatamente trattarsi di un possibile meglio venduto: ma non andò così. Il racconto venne infatti vietato agli imbecilli per cui vendette pochissimo(*): sarà una storia odiosa ma vera e qualcuno dovrà pur raccontarla. Come a dire che l’istruzione ha prodotto un gran numero di persone capaci di leggere ma incapaci di distinguere quello che merita di essere letto (G.M. Trevelyan). Morale e conclusione: coloro che sostengono che la storia basti studiarla non sanno nemmeno di cosa parlano, ché a volte è ben più complesso comprendere la storia che farsi comprendere dalla storia.
(*) Per creanza qui si và a specificare che non si parla certo dei lettori del manuale che tenete tra le mani, certo gli è però che se i medesimi non avessero letto il romanzo dell’allievo del Lumaca da questa torbida questione non ne uscirebbero certo molto bene.
Tifo violento.
Sembra incredibile che per una partita di calcio si possa massacrare, devastare, flagellare, stuprare, bombardare, depistare, bastonare e depredare ma in Italia come peraltro anche in alcuni altri paesi in via di sottosviluppo ciò accade sistematicamente. E' una malattia sociale e chiamasi tifo violento e fa venire la pelle d'oca pensare che anche il colera o la polmonite potrebbero essere violenti, ma che per grazia di Sua Maestà il Re Imperatore e per volontà divina per fortuna non lo sono. Il tifo violento è la dimostrazione palese di quanto insignificanti e piccoli noi si possa divenire. Si provi infatti ad osservare una qualsivoglia partita di calcio internazionale violento (a puro titolo di esempio: San Marino - Repubblica Popolare Cinese) da un altro punto di vista, e subito ci si renderà infatti conto della povertà della faccenda. Spieghiamo meglio; ad un'aquila fregherà forse qualcosa di quel match? Certamente no, vive troppo in alto per coglierne piacere e significato. E ad una talpa, fregherà forse qualcosa dello stesso match? Certamente no, vive troppo in basso per coglierne il medesimo piacere. Quindi il problema sta nel fatto che il calcio violento è roba da terrestri, per di più strettamente legato alla pianura: infatti né pesci né camosci si sono mai appassionati a questo sport, così rendendo - sia pur indirettamente - un grosso favore all'umanità: una rissa tra pesci tifosi infatti non sarebbe roba da sottovalutare. Come affrontare perciò il problema e risanarlo alla radice? Semplice. Sarà sufficiente liberare entrambe le tifoserie in campo al posto delle squadre e dar loro totale libertà di definitivo sterminio, e anzi, se alcuno dovesse uscirne vivo saranno poi gli stessi giocatori all'uscita dello stadio a finirlo a pedate o - quando si rendesse necessario - con alitate all'aroma di erba cipollina. Sterminarne dieci per educarne mille, dovrà essere il motto guida di questa perigliosa lotta per la civiltà: un paio di partite così e il problema del calcio violento non sarà più un problema, anche se per aquile e talpe nulla di nuovo sarà sotto il sole: povere bestiole, ecco alla fine chi pagherà il maggior tributo in tutta questa losca faccenda.
La mia finestra, angolo di paradiso.
Esistono personaggi per cui l’educazione civica nasce, evolve e muore esclusivamente di fronte alla loro casa mentre il resto del mondo vada pure a farsi friggere. Non partecipano a nessun tipo di evento culturale, politico, geografico, etilico, giuridico, ambientale o sportivo e si giustificano dicendo cha venerdì non potevano ma sabato nemmeno, poi però pontificano. Su tutto. E come pontificano! Poi, all'alba di un mattino senza alba, partoriscono l'idea che diverrà per loro un chiodo fisso e che darà un senso a quella povera vita: perché il comune, la provincia, la regione, lo stato, le nazioni unite non collocano alcuni pesci nerazzurri nella fontana antistante il mio bel palazzo? E di questa bizzarra idea fanno verbo e senso dell'esistere. E così prendono a glassar marroni a tutte le autorità competenti che in quel caso dotandosi di un rigido autocontrollo se la svignano alla boscaiola senza remore né vergogne, tanto che qualcuno battezza cotanta fuga marcandola Brancaleone. A queste genti si dica quindi forte e chiaro che tutti vorrebbero sempre avere la percezione del mondo che si ha trentenni, ma che un giorno o l'altro ci si dovrà pur arrendere e cominciare ad usare il cervello. E questo esercizio rivelerà, tra le altre, una novità inattesa: il mondo è assai vasto e di fontane ce ne sono più che tante, ornarle perciò tutte con pesci e pavoni diverrebbe cosa impossibile. Alcuni dovran sacrificarsi, mentre altri vedranno sguazzare i nerazzurri perché così ti và il mondo. Alcuni adagi conclusivi come morale ma non necessariamente in tema: chi non conosce la storia delle cose non conosce il senso delle cose, per questo occorre partecipare socialmente prima di pretendere nerazzurri o bidoni, telefoni o vini. Come un non vedente non parla di colori altresì un audioleso non parlerà di musica: la si pianti quindi di guardare il mondo attraverso il buco di un cracker. La differenza tra chi comprende e chi non lo fa, sta nel fatto di aver realizzato che le risorse non sono illimitate, unica eccezione le fabbriche di imbecilli come il Grande Fratello. Tartufi non ce n'è per tutti ma è bene dire che non a tutti piacciono i tartufi. Chi sa ha. Il governo non può distribuire a chiunque croccanti e zucchero filato. Occorre sempre comprendere da quale punto della storia si parte. Sotto ogni cresta c'è un'intera onda. Filosofi non lo si è mai per professione ma per destino. Annusando troppo gas ci si estingue.
Matrimoni sporcaccioni.
Da qualche tempo una becera usanza messa in moto anni fa da qualche genio in mutande e prontamente imitata da altrettanti geni, si è imposta senza freni né remore. Si tratta di astuti individui che per reclamizzare il luogo della loro festa di nozze attaccano in ogni dove cartelli con il nome dei due colombi seguiti da frecce, per poi abbandonarli definitivamente alle intemperie dei secoli e chi si è visto si è visto. E quel pattume appiccicoso, incartato e plastificato resta per giorni, mesi e anni attaccato a semafori, incroci, cartelli stradali, pali della luce, cucce di cani, motociclette e orologi a cucù. Ma con quale diritto questi novelli cinguettanti debbono lordare tutto questo ben di Dio senza porsi minimamente il problema che anche i gatti si pongono? E’ infatti più che noto che codeste bestiole dopo averla depositata prontamente la sotterrano: imparino dunque i colombi da codesti educati felini. Ma in un comune di sedici (virgola tre) abitanti del profondo nord di nessun sud, hanno ideato una soluzione che tutta la nazione dovrebbe lestamente adottare. Se infatti entro un ragionevole lasso di tempo calcolato intorno a minuti sei dall’inizio della festicciola quei colombi non avessero ancora rimosso l’oggetto del contendere, il municipio applicherà al medesimo una nota recante indirizzo della coppia e informative sulla totale disponibilità della sposa ad assecondare idee perverse di chicchessia recasse in tal loco munito di frusta ed intime leopardate. Così facendo – qui non si narrano particolari seguiti alla delusione dei sopraggiunti che per riscatto morale han preso a menare frustate a destra e manca in preda a delusione da festino represso - in quel paese il problema è stato bello che risolto, eliminato, concimato, polverizzato, sotterrato, scardinato e macinato: anche l’educazione civica reclama la sua parte di sangue di vergine.
Quelli dei lampeggianti.
Esistono invece altri personaggi da cui o vai tu da loro a sbadigliare o vengono loro a sbadigliare da te, ma poi generalmente queste stesse persone hanno sempre una fretta ossessiva tale per cui in qualsiasi punto essi si trovino mollano l'auto di fronte a bar o negozi o uffici o aeroporti o banche con i lampeggianti accesi: perché loro sono giustificati. Sempre. Comunque. Dal destino. E poi poco conta se intasano il traffico con i loro fuoristrada con il cofano in un quartiere del centro ed il baule in periferia, poco conta perché costoro hanno fretta fanno in fretta e hanno una missione da compiere, mica noccioline e fichi secchi. Ciò che però più urta di questi esemplari ungulati gli è il fatto che se alcuno avesse a far loro notare che se il loro gesto fosse praticato dall'intera umanità e ognuno fermasse in doppia fila avanti al bar per un cappuccino con brioche ripiena di marmellata, come farebbe quel povero barista ad accontentarli tutti? Semplice, assumendo altro personale e ci sia concesso aggiungere: che affari! Ecco bella e spiegata la ragione per cui i gestori di tali locali si guardano bene dal protestare e se poi il traffico intasa chi avesse qualcosa da ridire, vada piuttosto a lavorare come espositore di se stesso in qualche zoo: vada, vada, che vada. Strana gente questi abusivi del lampo, anche perché poi nonostante la fretta banditesca generalmente sorbiscono il suddetto pasto leggendo tranquillamente i quotidiani, parlando di sport, mercato e sesso, dissertando sull'etica aristotelica e distribuendo consigli per investimenti in borsa a chiunque, soprattutto a coloro ai quali della borsa gliene cala una cicala. Questa tipologia umana reca in sé una costante scientificamente accertata da alcuni ambulanti di un mercato torinese; essi infatti trascorrono metà della loro esistenza ad attendere con ansia di raggiungere l'età matura, e non appena raggiunta trascorrono poi l'altra metà a rimpiangere i bei tempi in cui avevano venti anni: carpire l'intimo segreto di tanto abisso resta impresa disperata. Anche in questo caso però una soluzione in extremis sotto lo zerbino ci sarebbe: i produttori d'automobili potrebbero - in accordo con le specifiche normative di questa materia ancora da scrivere - realizzare lampeggianti con timer: superato il minuto, l'auto esplode. Oltre a tutto per la case produttrici sarebbe un modo per incentivare il mercato e sarebbe pur sempre una forma alternativa di rottamazione: strano come i governi non vedano più in là del proprio cappuccino.
Nella mia posizione.
Ossia quelli che se la tirano. Si trovano in ogni anfratto e non perdono occasione per ribadire che nella loro posizione non possono certo andare in bicicletta nudi, bere frullati di cipolle, abbaiare, grattarsi il popò, orinare dietro ai portoni, sollevare sottane alle passanti, digerire barrendo, scaccolarsi e fare puzze in ascensore: tutte cose che chiunque in qualsiasi posizione non farebbe, ma non fatte da loro esse assumono un che di speciale perché nella loro posizione certe cose non s'han proprio da fare. Per etichetta e ceto sociale. In effetti il popolo in sé nella sua posizione non dovrebbe fare alcunché di tali schifezze, non fosse che in quel modo la parte bella della vita se ne andrebbe via col vento. Ma si ponga un esempio per meglio chiarire ed un po’ elucubrarci sopra; quando alcuno realizza che Gesù lo ama ma tutti gli altri lo ritengono un idiota, non sarà a quel punto il caso di porsi qualche domanda? Forse eccesso di libertà? Forse mala interpretazione della democrazia? Forse che alcuno nella sua posizione conta meno di uno nella posizione di qualcuno, o per ciò si sente in diritto di trasgredire facendo tutto quel che a coloro che sono nella posizione non fanno più per rimarcare la posizione che per buona educazione? E non si dia troppo retta alla democrazia già che
una vera democrazia non è mai esistita né esisterà mai. E' contro l'ordine naturale che la maggioranza governi e la minoranza sia governata […]. Se vi fosse un popolo di dei, esso si governerebbe democraticamente. Un governo così perfetto non conviene a uomini. (Jean-Jacques Rousseau, Del contratto sociale, Sansoni, Firenze, 1972, pag. 309).
Dal che si deduce che la minoranza di quelli nella posizione non possono fare i galletti con la maggioranza di quelli che non sono in posizione, perché come disse D'Artagnan occorre in ogni caso amare il prossimo. Non questo però, il prossimo. Concludendo; un tale che tirandosela disse di essere un medico si sentì rispondere da un paziente qualsiasi che ambedue erano necessari l'uno all'altro: il medico per restituire a lui la salute ed il paziente per consentire a lui di esistere come medico e che quindi l'avesse piantata di tirarsela, già che lui - pur avendone altrettanto merito - non lo stava affatto facendo.
Guida spericolata.
Prima o poi tutti nella vita, nonostante in certi casi si viaggi 120 chilometri all'ora oltre al limite dei 50, si è incalzati da qualcuno che lampeggia e fa le corna per farci spostare, e se ciò non avvenisse il caimano autostradale sorpasserà alla destra. In quei momenti gli utenti, qualunque sia il loro reddito, la loro fede calcistica e la quantità di capelli sul cranio, diventano potenziali assassini e ideano geniali soluzioni di tortura per quei criminali più criminali di loro: nulla manda infatti più in bestia un trasgressore di uno che trasgredisca più di lui, che la trasgressione è roba mia se no che trasgressione sarebbe se cominciano a praticarla anche altri. E allora ecco formarsi pensieri romantici; gli scoppiasse uno pneumatico, cozzasse contro un camion pieno di letame potenziato, gli si consumasse il fondo dell'auto fino a fargli scorticare il deretano sul ruvido asfalto. Ma simili preghiere gli dei non le ascoltano mai. Ma la vendetta a volte giunge biancazzurra; in qualche caso ottocento chilometri più avanti si nota infatti la polizia stradale che ha bloccato Nembo Kid, e allora all'autista ancora stranito dall'altrui trasgressione giunge inatteso un orgasmo. E giù epiteti ed auguri; spero che ti rinchiudano in una cella con otto testimoni di Geova, spero che ti appendano per i genitali con un elastico così potente da farti rimbalzare sei milioni di volte dopo che per sei milioni di volte hai pestato il cranio al suolo, spero che ti frustino con un gatto a nove code o con nove gatti senza coda ma con affilati artigli ogni volta che hai una qualsiasi reazione mentre ti trasmettono film ove attrici da infarto rendono grazia ai bisognosi, spero che ti estirpino le budella mantenendoti vivo quel tanto che basta per vedere quattro cannibali convocati all'uopo mentre se le mangiano come fosse trippa. Non fosse che mentre questi pensieri scorrono serafici un'altra pattuglia ferma il pensatore per eccesso di velocità che, destatosi dal quel torpore, dirà con aria arcangelica: "Ma come, io? Ma se sono dalla vostra parte, ma se io sono la legge, ma se sono un supereroe in calzamaglia sottocamicia, ma se sono la vendetta degli dei, ma se sono soltanto 120 chilometri oltre al limite? Pensate a prendere i delinquenti piuttosto e non la gente che rusca e paga le tasse. E andate a lavorare".
Inquinatori di boschi, strade, fiumi e bruciatori notturni di plastica.
L'educazione civica per costoro è un sopruso, un limite alla propria libertà politica ed espressiva. Sono dovunque e spesso ben mascherati; scartano un pacchetto di patatine (non necessariamente di una specifica marca), lo consumano, e se sono educati lo appallottolano e lo abbandonano al ciglio della strada. Nei boschi c'è invece decisamente più discrezione e quindi più scelta: mozziconi, lattine, bottiglie, frigoriferi, scarpe, vasi, cassette, giornali, plastiche, monitor, tricicli, bicicli, copertoni, bombole del gas, elettrodomestici, vasetti, materassi, libri, orologi, strumenti musicali, sedie, volanti, carcasse di animali, mattoni, coppi, telefoni, computer, radio, carte da gioco, ferri da stiro, maglie, camicie, alveari, conserve scadute, batterie, cerchioni, materiale pornografico, preservativi utilizzati, preservativi non utilizzati ma non per questo utilizzabili, suppellettili, trappole, bidoni, cartucce per stampanti, vernici, scarti di falegnameria, lavatrici, dossier, biro, floppy, chiavi, chiodi, cd, nanetti da giardino, fotocopie, portafogli, evidenziatori, parrucche, cemento, mouse, deodoranti, pelli, corde, rottami, spray e calze: tutto ciò è stato realmente visto dai nostri occhi e annusato dalle nostre narici. Al che giungono spontanee alcune domande; se uno volesse fare l'originale e scaricare qualcosa di inedito nei boschi cosa potrebbe ancora portare? Al di là del faceto la nostra deficienza è tale da farci domandare per quale oscura ragione esistendo apposite discariche per rifiuti ingombranti, inquinanti ed ordinari, certi ceffi sentano invece la necessità di fregarsene bellamente per, si presume nottetempo, recarsi nei boschi e lordarli in siffatta maniera. Ergastolo e pena di morte due volte per costoro, per avere la certezza che muoiano definitivamente; se con la loro idiozia li ha già puniti la natura, che gli uomini sani infieriscano sembrerebbe per ciò cosa buona e giusta: "colpevoli al forno con testicoli di contorno" celebra a tale riguardo un poco noto adagio vercellese. Peraltro nemmeno condannarli ad indigestione di fragole e poi sigillar loro l'ano con tenace colla da falegname sembrerebbe male come rieducazione.
Sperperatori d'acqua.
I più sono definitivamente convinti che l'acqua sia materia infinita e per questa ragione abusano senza criterio di questo preziosissimo elemento. Docce tris quotidiane, piscine in ogni stanza, giardinetti affogati ventiquattro ore al dì, rubinetti aperti e via così. Ma un giorno dal cielo scenderà Akuatikòs, il dio della bibita senza coloranti né additivi, e punirà umani e non umani con una terribile siccità che farà loro comprendere quant'essi furono stolti. Folli. Scemi. Ma sarà a quel punto troppo tardi per autoflagellarsi con giganti clisteri per tentar così di ridarsi naturale puzzo troppo spesso mortificato, e sempre troppo tardi sarà anche non soffiarsi più narici per risparmiare liquidi: la vendetta di Akuatikòs sarà egualmente tremenda. A nulla servirà elevare canti mitologici o sonare note dell'altro mondo, a nulla servirà inventare pitturofoni per trasformare pittura in musica o musicografi per trasformare musica in pittura: a nulla. E tutti saremo responsabili e tutti saremo puniti. Quella dell'acqua è una faccenda maledettamente seria di cui finalmente si comincia a parlare e la soluzione è ancora una volta a portata di mano, basterebbe impegnare un grammo di volontà: se è possibile smettere di fumare è infatti anche possibile smettere di bere. Oppure - in alternativa ecocompatibile - bere esclusivamente la propria orina: è possibile, lo abbiamo visto fare da una scimmia in un filmato didattico. E sembrava anche contenta. In realtà superato un primitivo imbarazzo che potrebbe creare qualche perplessità ai benpensanti e ad alcune multinazionali, la soluzione potrebbe recare alcuni considerevoli vantaggi ai paesi in via di sviluppo e a quelli orientali. Già, comincino loro: sarebbe un piccolo passo avanti per il paese che lo facesse e un grande passo indietro per l'intera umanità.
Maledetta televisione.
Un tempo negli anni ‘60 esisteva un solo canale televisivo che trasmetteva dalle 17 alle 23 circa e proponeva teatro classico, film d’autore, varietà popolari di buon gusto, cartoni animati senza botte da orbi e scoregge, e gialli di alta qualità: oggi abbiamo il grande fratello. Vi è un criterio infallibile per giudicare la qualità di un programma televisivo, e cioè più – come si dice – lo “share” va verso il basso e più il livello sarà alto: farci caso. Trasmissioni inutili, cafone, zeppe di urla e di personaggi che non meriterebbero lo spreco di una pallottola o di una corda, salumi travestiti da girandole cocorite e pinguini che fanno gli opinionisti, rottami napoleonici che pontificano su come far bene l'amore e via discorrendo: una tristezza, ma una tristezza. Ora, la domanda pleonastica ma inevitabile sarà: ma se un lucumone o un gimnosofista o uno psicopompo volessero vedere un programma di qualità, quale potrebbero guardare tra i 526 attualmente in circolazione? E se tutti noi che siamo italiani nessuno escluso un bel dì ci ribellassimo alle parolacce - termine che fa quasi senso scrivere tanto è ormai desueto -, cosa potremmo ancora guardare dal momento che da qualche settimana luce anche Carosello è stato abolito? Urlano, insultano, spaccano, schiaffeggiano, sputano, bestemmiano, si lavano i denti e si fanno il bidè in diretta, ma mai una volta che trasmettano un filmetto inequivocabile di quelli arf arf e slurp slurp per capirci. Data tanta frenesia intellettuale la nostra modesta proposta sarebbe perciò quella di tagliare la testa al toro e di far trasmettere all'ora di punta al posto del telegiornale serale un bel film di tal Pozzi Moana attrice, e che la si piantasse così una volta per tutte con sottintesi e sottaceti politici e si venisse quindi decisamente al sodo. Adagio conclusivo: a volte v'è più pornografia tra le righe che sulle bighe. Che mondo di acchiappa quaglie che razza di acchiappa topi; gente che venderebbe il vino a chili che la fa da padrona sugli schermi, spiccioli di maleducazione che invadono quotidianamente le case dolci case: e a forza di quei tanti spiccioli che poi molti negli anni si sono fatti un bel gruzzolo, e ora chi glielo toglie più?
La bestemmia è ancora reato?
Chi bestemmia è - sotto qualsiasi prospettiva lo si guardi - un salame. Se ha fede e ha avuto ragione ad averne gli toccherà infatti prima o poi subirne le conseguenze, se non ha fede perché insulta qualcosa in cui egli stesso per primo non crede? Per offendere quelli che hanno fede: quindi la bestemmia è in realtà un insulto ad altre persone, quindi tanto varrebbe prendersela direttamente con gli interessati. Si potrebbe risolvere invece assai pacificamente anche questa questione con un po’ di impegno e un etto di fantasia. Si ponga infatti di utilizzare in accordo con tutte le nazioni del mondo qualcuno a cui rivolgere i propri insulti quotidiani, qualcuno che per convenzione verrà chiamato Aniello, tutto il bisticcio si sbroglierà. Ad esempio; al diavolo Aniello, o Aniello cane, o suina la mamma di Aniello, o Aniello ibrido potranno essere utili strumenti di sfogo oltre ad assicurare il beneficio di un'indulgenza risparmiata e quindi di portarsi avanti con il punteggio. Ma una precisazione và fatta: eventuali portatori di tale nome sarebbero ovviamente esonerati giuridicamente dal prendersela, mentre tale nome non dovrebbe più essere consegnato a nessuno. Qualche sacrificio si dovrà pur imporre, non vi è infatti rosa senza spina. Per concludere la bestemmia è una brutta abitudine che dimostra quanto rozza e piccola possa essere una persona, al cui confronto un qualsiasi animale auto abbeverante ne esce con grande dignità e un passo avanti nella catena alimentare, perché Dio - per alcuni - potrà anche essere un'illusione ma gli idioti sono comunque una tragica realtà.
Fumatori puzzolenti e fetidi.
Un giorno un deputato che aveva partecipato al voto in parlamento sulla legge contro il fumo nei locali pubblici, prese bellamente a fumare in un'aula gremita di studenti. Qualcuno glielo fece notare e l'uomo si irritò, al punto che per protesta si tolse i calzini e trattenne il fiato fino a divenir paonazzo: quell'uomo era un maleducato istituzionale ed è probabile che lo sia ancora al presente. L'aneddoto dovrebbe però far riflettere su quanto può essere pleonastica la nostra classe politica e su quanto gli animali abbiano da insegnare in senso civico. Pensiamoci un momento; gli animali non fumano. Non bevono alcolici. Non si picchiano allo stadio. Non bestemmiano. Non viaggiano a velocità incoscienti. Non sprecano acqua. Non inquinano. Non sprecano cibo. Non si prostituiscono. Non scrivono sui muri. Ma le bestie siamo noi o loro? Ad ogni modo ora che la legge contro il fumo nei locali pubblici è passata e che i bambini possono finalmente mangiare in pace ai ristoranti senza morire di fumo passivo, si vive meglio. Sia lode infinita quindi a quel santo ministro che consegnò all'italica umanità sì tanta civiltà. E la si pianti di raccontare che dai fumatori bisognerebbe invece imparare la tolleranza perché essi non si sono mai lamentati dei non fumatori, perché da quando la legge esiste si lamentano in continuazione delle costrizioni cui sono costretti. Ma anche in questo caso una proposta di legge esemplare esisterebbe e ve ne forniremo qui preciso dettaglio. Ecco la ricetta: prendere tre buone forchette e preparare loro varie quantità di intingoli, prelibatezze, bontà tutte a base di tartufi, acciughe, asparagi e spezie d'ogni tipo e paese. Dopodiché servire a fine pasto pregiati digestivi mischiati ad una punta di lassativo di buona marca (a scelta), indi chiudere i tre in un apposito rilassante spazio ed attendere. Fatto che gli ha l'effetto del liquido evacuante, rinchiudere i medesimi a turno in un'apposita cabinetta i cui effluvi comunichino direttamente ad un'attigua cabinetta entro la quale un fumatore penitente sarà stato immobilizzato mani, piedi e rotazione, nonché dotato di divaricatore di narici impossibile da rimuovere. Tale cura per alcune ore e il fumatore non perorerà più cause inique e balorde. Ciò non fosse sufficiente chiudere allora quei fumatori in un'area entro la quale vengano smaltite le cinquecento tonnellate di rifiuti radioattivi annui prodotti dagli ospedali nazionali, in modo che abbandonino la loro pelliccia per una causa sì inquinante ma almeno costruttiva.
Consumatori stupefatti.
Giovani, questo capitolo è dedicato a voi e prima di farvene beffe e sberleffi leggete: sono poche righe. A chi vanno i vantaggi derivati dalle varie sostanze che per qualche minuto vi danno l'impressione di essere forti, furbi, belli, intelligenti, sicuri, onnipotenti, diversi, divertenti, divertiti, potenti e comandanti? Alle varie mafie che traggono profitto dal vostro consumo, a gente schifosa che se solo conosceste tre millimetri sotto la superficie della pelle vi farebbe vomitare senza bisogno di imbottirvi di fumo o altra roba. Giovani, chi ha veramente le palle sa che la natura non la freghi più di tanto perché sul tempo ti presenterà il conto come ha fatto ad intere legioni che ti hanno preceduto. E quelli che oggi ti sembrano dei cretini, domani comanderanno e decideranno cosa fare di quelli come te. Che erano i furbi. E' già successo: credere sulla parola. E infine: possibile che a nessuno di voi venga voglia di mettersi ad urlare?
Seccature pubblicitarie.
Si parli chiaro: la pubblicità serve e sarebbe impensabile non promuovere un qualsivoglia prodotto, in caso contrario come farebbe infatti il popolo a conoscere l’esistenza di materie necessarie quali ad esempio il “Beccodor”, dentifricio per il pollo moderno o il “Leccatutt anchesott”, solvente definitivo per pavimenti e sottostanti minerali? Ciò che resta inammissibile ed indispone gli è però il fatto che quando la pubblicità intasa la cassetta delle lettere, giunge per telefono alle ore più improbabili o satura la casella elettronica allora tutto cambia, e il nazista che ognuno porta seco nel profondo del proprio intestino tenue ulula. Per non parlare poi delle pubblicità elettorali. Interi quartieri ricoperti dalla faccia sbrodolante certezze di qualche candidato di pasta e fagioli e poi giornali, radio, televisioni, depliant, santini, cinema e gadget: tutto in quel caso diviene pubblicità, unica eccezione la carta igienica. Pensare che, almeno in una buona percentuale dei casi, sarebbe invece il posto più indicato per stamparci il volto di qualche candidato al governo del condominio. E poi gli slogan che reclamizzano merende, mutande, ombrelli, mastini, salumi, pantofole, varani da appartamento, conchiglie e profumi: una gara al nobel del cretino con cui il cittadino medio deve fare i conti da mane a sera: “Vaccaincas” l’unico latte contemporaneamente peruviano e a domicilio, “Miagra plus” l’unico eccitante con una supposta petardo in omaggio, “Bastatanf” il tappo per ogni tipo di fastidio al ciclamino. Lo si dica forte e chiaro: è una guerra impari, si è travolti da ogni possibile tipo di letame mediatico sotto forma di pubblicità sempre più dissacrante, arrogante, invadente e scema. I pubblicitari – che alla fine sono sottili psicologi - hanno infatti da tempo compreso che più una cosa è scema e più attrae l’attenzione, mantenendo però quel tanto di ambiguità sufficiente da far credere alla persona che ne fruisce di essere meno scema di quel che ella stessa credeva di essere: roba da psichiatria. Ma si faccia una riflessione su codesto tema: quanta pubblicità, volontaria o involontaria, un qualunque cittadino sorbisce ogni giorno? Tra cartelloni, giornali, Tv, radio, spot, lavagne luminose, cesti dei rifiuti, volantini, interni di cozze, depliant e murales è stato calcolato da un’inchiesta per nulla attendibile che l’attenzione di una persona è catturata mediamente almeno un’ora al giorno dalla pubblicità. Pensare che esistono persone che non hanno mai letto la Divina Commedia o Il manuale delle giovani marmotte cosa che se dedicassero invece quell’ora quotidiana, in quindici giorni si sarebbero fatti una solida cultura mentre preferiscono infarcirsi mente e martello di “Miagra plus”: che delusione questa generazione di falli atterranti e teste vuote, che delusione. Un’ultima considerazione già che siamo in tema: lo si dica in giro che questa statistica è stata letta su questo libro citando titolo, autore e casa editrice.
Anziani.
Un tempo e per millenni gli anziani furono garanzia di esperienza, saggezza e decisioni oculate, oggi sono invece un problema: già questo dovrebbe far riflettere su come si è evoluta la nostra società per azioni. Un anziano è considerato un peso, un imbarazzo, un incidente sul percorso, un oggetto di cui disfarsi non appena comincia ad ingombrare; ma quel che più di tutto spaventa è il fatto che oggi si diventa anziani sempre più in anticipo, tanto che sono noti casi di alcuni sedicenni già dichiarati tali. Il mondo è infatti sempre più proprietà dei giovani e a tale proposito basti osservare con coscienza critica antropologica un qualsiasi programma televisivo. L'età a cui si rivolgono queste immondizie mediatiche è infatti sempre più bassa, tanto che recentemente alcuni neonati sono già nati con gli occhiali da sole, il gel ed un mozzicone pendulo di siga. Dove andremo a finire, anzi, dove siamo finiti? Tutto ciò mentre gli anziani tentano di reagire con tinte di capelli sempre più improbabili, protesi dentarie in marmo, tute ginniche allegoriche, automobili sportive, damigiane di viagra e trapianti di rotoli di pannoloni per non dare nell'occhio evitando in quel modo fastidiosi ricambi. Altro che gli indiani che riunivano il consiglio degli anziani, altro che Senatus romano, altro che sette saggi greci. E l'estrema conseguenza di questa gioventù forzata è sotto gli occhi di tutti; neo giovani che fanno la locomotiva durante le feste di compleanno saltellando come rane, reduci da festival musicali del 1854 che giungono accompagnati da ragazze con centoventi anni in meno di loro, rottami cinematografici del neolitico che giungono addobbati come alberi di Natale per non dare troppo nell'occhio. Attrici del paleolitico che annunciano di sposare un lattante non ancora svezzato, ed altre ancora rifatte al punto da dover essere trasportate con appositi carrelli antisismici per non disperdere qualcosa per strada. Un tempo le nonne erano nonne e oltre alla saggezza l'anzianità era anche dignità, oggetto oggi evidentemente superfluo e superato, tanto che anche le nuove generazioni che un tempo con gli anziani dialogavano, nel mondo contemporaneo vedono l'anziano non come una risorsa culturale bensì soltanto come bersaglio da gavettone. I governi dovrebbero dichiarare gli anziani monumenti nazionali perché in questo modo, visto che ai giovani come risorsa non servono più, sarebbero almeno utili ai colombi. Almeno in attesa dell'inevitabile ripresa del potere perché la gerontocrazia resta l'unica saggia forma di governo: nelle rughe sta il futuro. E qualcuno provi a negarlo.
La cosa pubblica.
Nel nostro paese esiste una curiosa convinzione radicata da secoli: quando una cosa è di tutti non è di nessuno e allora giù botte e sputacchi. Panchine divelte, cabine telefoniche orinate e defecate (visto a Palermo, non ce ne vogliano i palermitani sani che sono tanti), cestini dei rifiuti usati per qualsiasi scopo meno per quello per cui nacquero: gasp. Tutto ciò è sconfortante. E anche in questo caso mille domande si accavallano, domande che ancora una volta porteranno a concludere che l'unico momento in cui in certi popoli ne escono bene è quando evitano un qualsivoglia commento. Eppure non tutta l'Italia reagisce allo stesso modo alla insopportabile provocazione della cosa pubblica, esistono infatti regioni in cui questa è apprezzata e rispettata: roba da matti. Cose dell'altro mondo, roba da andare dagli altoatesini e spiegare loro come funziona il mondo, roba da tirare loro la coda perché sono bestie, e in mancanza di quella strattonar loro l'antistante nervo del gusto. Imparino piuttosto a comportarsi da italiani e si mettano a randellare panchine e a dar fuoco ai cassonetti dell'immondizia questi incivili; e al posto di fare multe a chi emette rumori molesti o se ne frega della raccolta differenziata, vadano a lavorare che qui sotto c'è gente che deve dormire. Ma cosa si credono di essere e fino a quando saremo disposti a tollerare la loro insopportabile provocazione? Perché non interviene il governo? Quando ce ne sarebbe bisogno quello non c'è mai, santa Brigida. Ma parleremo ancora di costoro nel capitolo inerente alle proposte di legge, oh se lo faremo, e allora saranno ceci. Revisionismo geografico per certa gente; basterebbe abolire le regioni che manifestano indisciplina nei confronti dell'indisciplina e l'Italia sarebbe tosto mondata. A ben vedere però la questione sarebbe già anche bella che risolta: lassù son mica tutte italiche genti. Sarà forse per questo che ribellano all'ineducazione? Ahi ahi ahi, qui si tocca un terreno minato, meglio cambiare discorso….
Estetica di cemento.
Resta ancora da chiarire come vengano nutriti certi ecomostri che da qualche decennio sono cresciuti in ogni dove come funghi. Cubi spettrali di cemento che hanno devastato periferie, aree verdi, bordi delle strade, autostrade, panorami e ferrovie. Da dove vengono? Chi li abita? Che scopo hanno? Cosa c'entrano con il popolo dell'arte e della navigazione? Chi li ha autorizzati? Chi ci informa su cosa accade al loro interno? Una nostra recente sconclusionata indagine in merito ha rivelato che: 1) E' in corso un'invasione aliena. 2) I cubi sono abitati da marziani sotto sembianze umane che si nutrono soprattutto di rifiuti radioattivi, ragione per cui ne incentivano la produzione. 3) Meditano la conquista della terra, Baviera esclusa. 4) I loro abitatori sono contemporaneamente antropofagi e coprofagi. Ce n'è quanto basta per dichiarare loro guerra, come pretesto si dirà che si tratta di guerra estetica e si vada dunque senza indugio alla pugna a menar sassate. Appena uno di questi cubi emerge dal terreno - pare crescano nottetempo per non dare nell'occhio e infatti sembra che nessuno si sia mai accorto del loro proliferare - sarà sufficiente saldare l'unica serratura di accesso di modo che chi è fuori non entrerà più, e chi è dentro non uscirà più. Parole di fuoco queste. La festa è finita cari marziani, qualcosa nel vostro sporco gioco è stato scoperto, ora inizia la riscossa. Basterà passar parola e il nostro popolo sempre così attento e sensibile, geloso e invincibile, vi farà un paiolo tanto: vedrete poi i vostri cubi pieni di cannibali dove li andrete a mettere. Alla riscossa quindi, e non lasciatevi impietosire dalle urla di quelli che trovando le serrature saldate grideranno per farvi pietà e di far loro uscire: siate duri, siate inflessibili, siate indifferenti, siate cinici, siate decisivi, siate italiani. E non dimenticate: si tratta di una lotta impari e titanica perché spesso il nemico è tra noi, ma molto più spesso il nemico è con noi e altre volte ancora il nemico siamo noi. Andiamoci piano quindi nel giudicare il prossimo: non questo però, il prossimo.
Latrine, vespasiani e pubblici servizi igienici.
Qui la faccenda si fa seria: si dovrà infatti scendere la scala del retrobottega fino al piano più basso, ossia quello dove nemmeno le aquile osano più: i pubblici luoghi di decenza, le ritirate, i gabinetti, ossia quegli strumenti che ancora in troppi non hanno capito bene a cosa servono e come si utilizzano, riducendoli così a veri e propri cessi. Sembra un ironico destino; orde di viaggiatori che probabilmente trascorrono metà della loro esistenza a non fare centro in quei luoghi seminati tra treni ed autostrade, e che poi trascorrono l'altra metà ad esaltarsi se qualcuno facesse invece centro con un pallone in una rete. Potrebbero perciò risolvere alcuni problemi all'umanità cominciando ad allenarsi con i vespasiani come fosse una partita immaginaria: supponiamo la scena. L'orinante concentratissimo a prendere la mira e, dopo avere spremuto tutto il succo del suo limone, eccolo uscire dal luogo esultante e ululante come fosse allo stadio: rete!. E l'addetto ai servizi, generalmente devastato da quella vita di vizio al limite del surreale, partecipare alla festa con strepiti e urla: e vai, san Filippo da Caltagirone, vai! Ma scene così chi le ha mai viste? Invece latrine lordate e pitturate con ogni genere di immagine e colore sacripante se sì, vacca boia se sì, Giuda falso se sì. E ancora: porca l'oca se sì, Marianna gobba se sì, Maremma maiala se sì. In un caso specifico un ignoto artista dello sterco aveva dipinto - probabilmente senza averne coscienza - addirittura una natura morta con un cesto di mele e alcuni fiori sul muro di un gabinetto di una nota provincia: che schifo. Vacillerebbero anche le menti più elastiche di fronte a simili opere, non fosse che quando si affermerà una nuova corrente artistica - perché succederà anche questo - probabilmente chiamata "spontaneismo fecale pop", tutto prenderà una sua dignità e rientrerà così nel consentito. Sembra comunque da un'analisi scientifica condotta richiedendo informazioni telefoniche e spiando nei gabinetti, siano principalmente gli uomini a lordare questi ambienti piuttosto che l'altro sesso. Per codesta ragione è in fase di studio uno speciale dispositivo che tramite fotocellula azionerà un apposito laser che ridurrà a depressa poltiglia la protuberanza del lordante colpevole, non appena esso avrà lordato. Unico inconveniente - utile però a futuro monito - uno stagnante odore di carne bruciacchiata all'interno del pubblico servizio: un po’ come quando i dentisti cicatrizzano una ferita. Tempi barbari, arrostire per civilizzare: dove andremo di questo passo se non ci sono più le stagioni di una volta e i pubblici vespasiani?
Conclusione: alcune proposte di legge.
Considerata quindi la fisiologica ed aprioristica insofferenza del popolo italiano nei confronti dell'educazione civica in generale, ecco a seguire alcune proposte di legge ideate per migliorare tenore di vita, qualità dell'aria e gusto del petrolio.
Per i pirati della strada; si faccia soffriggere un paiolo colmo d'olio e lo si renda bollente, più che bollente, meglio ancora se radioattivo e appendendo il pirata per gli alluci ivi glassarvelo a bagnomaria alla velocità della luce.
Per i bestemmiatori; si faccia danzar loro la danza delle acciughe fino a che gli dei non li esaudiscano e facciano piovere acciughe salate sui loro corpi resi appiccicosi, dopodiché si faccia entrare una mandria di capre selvatiche ghiotte di sale e con lingue abrasive. Molto abrasive. Più che abrasive, radioabrasive.
Per i parcheggiatori abusivi; si facciano stendere nudi e cosparsi di sterco di struzzo nelle apposite aree destinate al riposo degli ippopotami, animali notoriamente poco propensi a farsi fregare la zona ozio da chicchessia, men che meno da certi struzzi nomadi.
Per i nullafacenti; si facciano nuotare perennemente in una vasca colma di piranha, così alimentando con i loro movimenti apposite batterie che recupereranno sotto forma di energia elettrica il nulla da loro prodotto nei secoli.
Per gli sperperatori d’acqua; si leghino ad una pianta carnivora tropicale necessitante di fiumi d’acqua che loro vedranno scorrere ma che non potranno bere. Mai. E più la pianta crescerà e più sarà interessata alle loro parti pendule e mollicce, infine liberati dopo alcune settimane siano fatti loro leccare dodici metri di vino.
Per i consumatori stupefatti; siano fustigati con verghe unte di feci ogni qualvolta, e così sia anche alla qualvolta successiva sino alla riconquista della posizione eretta.
Per i carcerieri di animali; siano essi rinchiusi in uno spazio di otto millimetri quadri e lì lasciati macerare, dopodiché cuocerli e darli in pasto ad onnivori.
Per i grafomani; siano essi denudati e cosparsi di alcol, dopodiché lasciati in pasto ad apprendisti alfabetisti muniti di acuti pennini, aghi, punteruoli, seghe, trapani, stuzzicadenti, chiodi, lame e spade.
Per i rumorosi molesti; siano essi fissati per i padiglioni auricolari per una settimana alla tromba di un transatlantico non in regola con le normative acustiche europee.
Per tutti gli altri; siano essi cosparsi di pece e piume e siano poscia impiccati ai muscoli gommosi con problemi erettili: i loro resti siano infine equamente divisi negli appositi cassonetti della raccolta differenziata.
APPENDICE.
Interventi: qualcosa da dire sull'educazione degli italiani.
Volanti e manubri.
Chi più chi meno ognuno di noi ha ricevuto una serie di norme, obblighi e divieti da rispettare. C’è chi ne ha fatto tesoro, chi invece ha abusato del tesoro altrui e con arroganza e prepotenza avanza solo diritti e privilegi.
Questi ultimi sono tutti alla guida di un mezzo di trasporto.
Anche il più educato gentiluomo della terra una volta al comando di un qualsiasi locomotore si trasforma, quasi anche fisicamente.
Un semaforo rosso diventa lo starter di una gara automobilistica, ma solo se non si è i primi. Nell’attesa che diventi verde il primo riesce sempre a trovarsi un passatempo: chi riordina il cruscotto, chi sfoglia l’agenda degli appuntamenti, chi si rifà il trucco. C’è anche chi riesce a farsi uno spuntino completo di caffè. Il secondo simile a un setter nella punta della preda per tutto il tempo del semaforo rosso si avvinghia al volante e, fino a farsi venire un’emicrania, rotea gli occhi e solo quelli, dal semaforo all’abitacolo dell’auto che lo precede con la mano sul clacson pronta a pigiare. Scatta il verde e anche il clacson e le imprecazioni di quello che ha tutte le frette del mondo.
Lo stesso che al semaforo rosso successivo riesce a conquistare la pole position per……radersi!!!!
Anche alle innocue vecchiette non manca nulla, specialmente se sono in compagnia delle loro amiche. All’improvviso decidono di fare acquisti, impostano la traiettoria per svoltare a sinistra, frenano a fondo poi azionano l’indicatore di direzione. A metà dell’opera vedono il negozio chiuso e noncuranti di chi le segue proseguono diritto. Chi tentava di superarle a destra cozza contro un’auto in sosta mettendosi di traverso sulla strada dove nel frattempo sono sopraggiunte altre auto che per evitare l’impatto creano un maxi tamponamento. La vecchietta prosegue imperterrita il suo percorso e dietro di lei il caos. Al ritorno dagli acquisti vede il carro attrezzi all’opera e impreca sulla guida di “certi” automobilisti.
C’è poi anche l’auto dell’agenzia di scuola guida di turno che in una decina di lezioni pratiche sforna migliaia di potenziali incidentati. Già dalla prima guida, quando ancora non hanno memorizzato la posizione dei pedali e di tutti gli altri aggeggi, li fanno circolare in mezzo al traffico cittadino. Li vedi questi aspiranti “Lauda” alle prese con un volante che ormai ha lo stampo delle loro falangi, i freni deformati e i sudori freddi che colano dalle loro fronti.
E’ già difficile guidare in queste condizioni in più devono concentrarsi ad ascoltare le parole dell’istruttore. Ma portali in un piazzale deserto e quando saprà usare il freno a mano in una curva allora lo porti in città.
Infine c’è la categoria dei “ciclisti”. Spuntano solitamente il fine settimana agghindati come Bartali e in gruppi più o meno numerosi riescono a raggiungere lo stesso ingombro di un Tir.
Sentendosi come il campione di turno il ciclista della domenica decide di lasciare l’auto a casa per respirare l’aria buona percorrendo le principali vie di comunicazione con il suo velocipede, inalando tutto lo scarico delle auto che lo precedono. Alla faccia dello sport all’aria aperta.
Non rispetta precedenze neanche e soprattutto negli incroci controllati dal semaforo, sfreccia fra le auto in colonna sorpassandole volentieri a destra, nelle vie cittadine per evitare i dossi s’inerpica sui marciapiedi infischiandosene dei pedoni, e dando sfoggio di classe e bon ton, riempie di improperi chi suona il clacson per avvisarli di un’auto in arrivo.
A loro non serve il navigatore satellitare per trovare la via del ritorno, basta che seguano l’interminabile scia di cartacce di barrette integratrici e bottigliette che hanno seminato lungo il percorso.
Non è sicuramente facile convivere con il prossimo e molte volte non tolleriamo neppure noi stessi, ma bastano piccoli gesti di cortesia per rendere la giornata meno stressante: buongiorno, buonasera, grazie, prego….. non fanno neanche più parte del dizionario di molti italiani.
In compenso l’inglese lo si insegna ai bambini delle elementari!
Sandra Molinari.
Una modesta proposta.
Li osservi – fai finta di niente, simuli interesse per una vetrina oppure una gran fretta, ma li osservi, li osservi... – questi branchi di adolescenti brufolosi, travestiti da barboni perché devono imitare bredpit o qualche altro figuro tossico-mediatico, queste mandrie di bambine accuratamente mascherate da peripatetiche perché nessun altro modello è mai stato loro proposto a partire dalle minigonne della barbi e di pocaontas in poi. Li osservi vagare, sempre troppo impauriti e sempre troppo sicuri di sé, se li incontri devi spostarti tu, loro tirano dritto, ti passano sopra.
E ti poni qualche interrogativo: perché? Perché per entrare in ufficio devo ogni volta spostare i cartoni di pizza ed i bicchieri che loro hanno accatastato contro la porta del condominio? Perché in treno devo regolarmente apprezzare e annusare i loro piedi sgusciati dalle naic di rito ed appoggiati sul sedile a fianco del mio? Perché utilizzano come pattumiere i gradini dei monumenti, delle statue, delle chiese? Perché, appena divenuti un po’ più grandicelli, parcheggiano il loro suv da trenta quintali ad un centimetro dalla portiera delle mia utilitaria impedendomi di entrare se non dopo contorsioni da circo equestre? Eccetera eccetera...
Già, te lo chiedi, ma già sai la risposta: perché loro hanno una certezza: di avere sempre, comunque, ragione. Non concepiscono la possibilità di avere, almeno una volta, torto. In ogni caso, sanno di avere ragione. Senza eccezione.
Una volta un genio scrisse che l’uomo nordico è (almeno talvolta) buon giudice di se stesso, mentre l’uomo mediterraneo è (quasi sempre) ottimo difensore di se stesso. Non dubita mai delle sue buone ragioni e ne è, sempre, intimamente convinto.
Ma da dove arriva questa certezza? Ebbene, è venuto il momento di dircelo: dalle famiglie, o più esattamente dalle mamme. Mamme italiane, peggio che una piaga d’Egitto! Il loro bambino viene fermato all’uscita della banca con un passamontagna in testa, la rivoltella in una mano ed il sacchetto dei soldi nell’altra? Non c’è dubbio che sia innocente, la colpa – è chiaro – è dei Carabinieri! (“Avvocato, ci sarebbe un amico mio carissimo, quel giorno era a seicento chilometri ma sarebbe disposto a testimoniare...”) Lo prendono con venti chili di droga nel baule? Poverino, gli hanno teso una trappola! (“Pensi, avvocato, che gli hanno dato uno schiaffo! Li denunciamo subito, veroooooo???”) Ubriaco marcio attraversa la città ai centotrenta, “salta” un semaforo e spalma un bambino? E’ evidente, la colpa è di quello stronzo che si è messo di mezzo, che cosa ci stava a fare lì? (“Avvocato, mio cugino ha conoscenze in Questura, che ne dice se sparisse il verbale...”)
Che ne dico? Dico che se spariste voi, mamme d’Italia, quella sarebbe una gran giornata!
Ecco la mia modesta proposta: sopprimiamo quell’associazione per delinquere di stampo mafioso che risponde al nome di “famiglia”! Esiliamone i capibastone denominati “mamme”! E se Marcello Pera parlerà ancora bene della famiglia, chiamiamo le sue parole con il loro nome: apologia di reato!
Eh? Come dite? Sto esagerando? Dite che è normale che i giovani siano un po’ esuberanti, che facciano un po’ di casino? Ma voi sfondate una porta aperta! Sono il primo a pensarlo, anzi vi dirò di più: guai se i giovani rinunciassero alla loro missione generazionale di scandalizzare i benpensanti! Ma qui il problema è alla rovescia: altro che rivoluzionari, questi qua sono cloroformizzati dalla bambagia materna e dall'egoismo conformista fatto regola, metodo, istituzione. Qualcuno ricorda ancora cosa scriveva Giorgio Locchi nel 1975? Che tra gli hippy di Woodstock e gli studenti della business school di Harvard non c'era differenza: dopo trent'anni ci siamo arrivati anche in Italia! Stiamo creando una generazione di cloni di Clemente Mastella, tutti perfettamente autoreferenziali (anzi: familia-referenziali), e quindi a-etici, a-morali, a-politici.
Ah, com'era lungimirante il buon Longanesi quando scriveva che al centro del tricolore non dovevano campeggiare né lo scudo sabaudo né l'aquila littoria ma la scritta: TENGO FAMIGLIA! Così era nell'Italia della ricostruzione degli anni '40 e '50 e così è in quest'Italia terminale post-berlusconiana. Assistiamo al trionfo dell'uomo monodimensionale, dell'homo oeconomicus. Dell'homo vulgaris.
Grazie, mamme.
Alberto Costanzo
Noi italiani grandi maleducati?