A San Germano vercellese si stampa già nel XV secolo

grazie all’opera del <<bohemien>> Jacopo Suigo

 

Nel 1484 imprime il <<Breviarium>>, l’anno dopo è a Vercelli con il <<Supplementum ...>>

 

 

Pietro Cara e Jacopo Suigo, il primo sangermanese autentico, il secondo d’adozione, sono personaggi di notevole rilevanza culturale e politica nella storia dello stato sabaudo del XV secolo.

Il Cara, genuino rappresentante della cultura umanistica, fu membro del Consiglio Cismontano, oratore, giureconsulto, diplomatico, senatore ai tempi della reggenza di Jolanda di Savoia, di cui fu precettore dei figli, legato presso la Repubblica di Venezia, in Francia presso Luigi XI e Carlo VIII, i duchi di Milano, Guglielmo di Monferrato e papa Sisto IV.

E’ a lui da ascrivere la scelta del Suigo di porre la sua prima tipografia a San Germano. Multiforme dunque l’attività e complessa la personalità di Pietro Cara, ma qui si vuole evidenziare soprattutto un altro suo merito, quello di promotore dell’introduzione della stampa e di protettore dei primi stampatori nello Stato sabaudo. A tal fine a Torino egli trovò la valida collaborazione di un altro Vercellese, Pantaleone di Confienza, celebre archiatra, medico personale del duca Ludovico.

Sta di fatto che furono questi due Vercellesi a chiamare nel 1474 a Torino due noti tipografi francesi, Giovanni Fabri (Faber) di Langres e Giovannino de Petro, che introdussero l’arte della stampa in Piemonte. Quando nel 1482, il Fabri passò a Caselle, centro della fabbricazione della carta, il Cara, pensò di sostituirlo con Jacopo Suigo, che in quell’anno proseguiva ancora il suo decennale apprendistato a Venezia, dove lo aveva conosciuto e, né era diventato amico e protettore

Nell’efficace ritratto, che ne traccia lo scrittore, poeta Giuseppe Deabate, Suigo appare attratto non solo “dalla fama che l’ammirabile trovata”, (vale a dire l’invenzione della stampa) “spandeva nel mondo”, ma, in generale, “dal desiderio di vita più vaga e più varia, dalla smania di viaggi e di cose nuove per cui uno scrittore francese lo paragonava ad una specie di goliardo, un misto di artista e di boemo”.

Altri lo hanno definito “un artiste ambulant et capricieux”, tipografo, libraio, legatore, spesso al centro di vicende poco chiare, dallo spirito irrequieto, accusato più volte di frode libraria, ma in ogni caso fornito di una buona cultura umanistica; e forse proprio quest’ultima dote dovette costituire il motivo fondamentale del legame di amicizia che lo unì al ciceroniano Cara.

Chiamato a Torino, il Suigo giunge a San Germano nel 1484, un borgo simile a tanti altri incontrati lungo il tragitto da Venezia, ma che possedeva la prerogativa di aver dato i natali a Pietro Cara, mecenate, suo amico, protettore. A San Germano il Suigo stampò il “Breviarium secundum consuetudinem monachorum Cistercensium, cum psalterio hymnisque et calendario". Impressum per Jacobinum Mediolanensem de Suico, anno cursu MCCCCLXXXIV die XXI mensis octobris". In Sancto Germano Vercell. dioc”. Nel 1485 è a Vercelli, dove imprime l’opera di Nicolò da Osimo, il “Supplementum Summae Pisanellae”; esplicita è l’annotazione che segue: “Impressum est hoc opusculum Vercellis, per Jacobinum de Suigo de Sancto Germano”, ed è questo il primo e l’unico libro stampato a Vercelli nel XV secolo.

Nel 1486 è a Chivasso, dove il francescano Angelo Carletti, affidò al Suigo la pubblicazione della sua “Summa Angelica de casibus conscientiae”, fu questa l’edizione principe dell’opera.

All’inizio del 1487 il nostro stampatore, con le sue suppellettili tipografiche, arrivò a Torino, dove si ferma, sino al 1495, da solo e, dal 1489, con il catalano Nicola De Benedetti. Nel 1496 col socio è a Lione, centro commerciale floridissimo, dove stampa altri libri; dal 1499 il suo nome non compare in altre edizioni. Secondo il Vernazza sarebbe tornato in patria per una sfortunata passione amorosa, ma più verosimilmente in seguito ad un’accusa di frode libraria si mise esercitare il mestiere di libraio, molto redditizio.

La produzione editoriale del Suigo appare sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo assai rilevante. Da solo stampa almeno 10 libri (uno a San Germano, uno a Vercelli, uno a Chivasso, cinque a Torino e due a Venezia) e con il De Benedetti né stampa 35 (di cui 22 a Torino, 12 a Lione e uno a Venezia). Sono complessivamente 45 opere, alle quali vanno aggiunti due “Breviari” di incerta attribuzione. Variegata è la gamma dei committenti, fra i quali campeggia la figura, sempre celebrata ed ossequiata, del Cara. Il Suigo ha ben rappresentato lo scibile dell’epoca e questa multiforme attività ci suggerisce di accreditare allo stampatore una buona cultura, come chiaramente appare anche dalle sue dediche e dalle sue lettere pubblicate da Scipione figlio del Cara. E, possiamo affermare che fu anche un buon tipografo.

Bella è la marca del Suigo, cioè l’insegna tipografica dello stampatore, che consiste in un cerchio bianco, dapprima su fondo nero, in seguito su fondo rosso, attraversato orizzontalmente dalla linea diametrale, dalla quale si diparte un triangolo che fa da sostegno ad un’asta verticale, che è a sua volta tagliata da due linee che formano altrettante croci, la prima quasi a sfiorare il cerchio, più grossa, e la seconda sopra, di minor entità. Questa raffigurazione rappresenta simbolicamente il dominio del cristianesimo (croci) sul mondo: il cerchio raffigura il globo terrestre. Il triangolo equilatero appoggiato sul diametro simboleggia la divinità una e trina. Sulla linea del diametro del cerchio, ai lati della base del triangolo, alla sinistra c’è una J e a destra una S, le iniziali del nome e del cognome del Suigo. Ma è soprattutto interessante evidenziare che, posta trasversalmente sull’asta tra le due croci, quasi a formare un 8, c’è un’altra S, che, doveva intendersi come abbreviazione di “Santo Germano, o Santogermano, o Sangermanus, o Sangermanas”.

Tuttavia il luogo di nascita del Suigo rimane incerto. Risulta, infatti, assai difficile spiegare perché nel “Breviariun secundum consuetudinem monachorum Cistercensium”, dunque all’inizio della sua carriera e proprio nel paese che avrebbe dovuto essere la sua patria, egli si qualifichi milanese: “Impressum per Jacobinum Mediolanensem de Suico”. Un anno dopo, nella “Summa Pisanella”, sembra che egli voglia correggersi e mitigare quel “mediolanensem”, dichiarandosi originario di ben due località “de Suico de Sancto Germano”; le due stesse attribuzioni appaiono in seguito nella stampa di Chivasso. Non senza fondamento, si suppone, che la famiglia “de Suico” sconosciuta in Piemonte e soprattutto a San Germano, ma ben conosciuta a Milano nella seconda metà del XIV secolo, tragga il nome da un piccolo borgo, Sovico, situato nella bassa Brianza tra Monza e Carate. Con l’arrivo a Torino lo stampatore si appella col cognome “Suicus”, dichiarandosi solamente “de Sancto Germano”. E’ dunque probabile che egli abbia adottato il determinativo di Sangermanese per ingraziarsi il suo importante protettore, quell’illustre Pietro Cara, che viveva ed operava a Torino e nelle grandi corti europee, ma manteneva nel suo cuore l’affetto per l’umile luogo nativo.

Non importa il luogo di nascita del Suigo, importa che egli, “capriccioso bohemien”, accusato anche di frode, ma indubbiamente dotato d’ampia cultura e di spiccata abilità tecnica e artistica, abbia scelto come seconda patria San Germano, conferendo così al paese l’onore di tenere un posto tra le città d’Italia che ebbero per prime la stampa nel Quattrocento.

Così, nella convinzione che gli eventi culturali abbiano maggior valore e siano perciò più degni di ricordo e di celebrazioni di quelli militari e politici, saremmo quasi indotti ad affermare che per San Germano Vercellese il 1484 costituisca la data più importante e gloriosa della sua storia.

 

                                                        Antonio Corona