Carlos Castaneda: realtà, surrealtà, irrealtà.

 

"Devo, in primo luogo, sottolineare ancora una volta che questa non è un'opera di fantasia. Ciò che sto per descrivere ci è estraneo, al punto da poter apparire irreale".

 

Con queste parole l'antropologo Carlos Castaneda nato il 25 dicembre 1925 a Cajamarca in Perù introduceva alla lettura del "Dono dell'aquila", uno dei suoi undici libri che hanno affascinato intere generazioni di lettori, volumi in cui a partire dal primo "A scuola dallo stregone" lo studioso raccontava di un'esperienza vissuta con uno stregone indiano Yaqui, don Juan, e del suo incontro con alcune sostanze allucinogene, peyote su tutte. Le straordinarie esperienze fatte da Castaneda nacquero quasi per caso, per via del fatto che lo studioso stava preparando una tesi di laurea per l'Università di Los Angeles nella quale avrebbe dovuto condurre nell'estate del 1960 una ricerca su alcune piante medicinali utilizzate dagli indiani della zona tra California e Messico. Il risultato di quelle ricerche andò però molto al di là dello scopo per cui era partito lo studio, tanto che all'uscita del suo primo libro arrivò un successo inatteso e straordinario. Complice senz'altro anche il clima culturale di quegli anni che in piena epoca beat e hippy auspicava il consumo di droghe, soprattutto lisergiche, con la finalità di allargare - come si diceva in quel periodo - "gli orizzonti della coscienza". La prima pubblicazione di Castaneda fu comunque accettata come tesi di laurea dall'Università della California e pubblicata anni dopo nel 1968 con il titolo "A scuola dallo stregone, gli insegnamenti di don Juan", e gli procurò vere e proprie schiere di sostenitori che ritennero non soltanto di estremo interesse il contenuto dei libri dell'antropologo, bensì anche assolutamente veritiero. L'oggetto dello studio voleva percorrere la possibilità di penetrare una realtà non percepibile in condizioni ordinarie e conseguentemente comprendere l'effimero del reale. Infatti l'assunzione di alcune piante allucinogene "psilocybe mexicana" su tutte, rivelarono a Castaneda, sotto la guida dello sciamano don Juan una straordinaria verità: il mondo non è soltanto ciò che noi vediamo ma contiene realtà e confini inimmaginabili, al di là dell'ordinaria percezione sensoriale e mentale alle quali siamo normalmente abituati. Lo sviluppo della contemporanea cultura psichedelica sembrava una coincidenza fortuita e straordinaria per le ricerche di Castaneda, anche se a partire dagli anni '70 con la pubblicazione dei successivi libri in cui egli narrava gli ulteriori risultati del percorso condotto con lo sciamano, l'ambiente accademico cominciò ad allontanarsi e a non condividere più quegli studi ormai ritenuti sempre meno canonici. Le conoscenze acquisite dall'antropologo nel corso di quegli anni facevano comunque parte di un'antichissima tradizione, quella tolteca, sviluppatesi millenni prima della dominazione spagnola. Una ricerca analoga a quella che le SS Ahnenerbe a cavallo tra gli anni '30 e gli anni '40 condussero invece in Tibet, per certi versi anticipando la sperimentazione degli effetti derivati dall'uso di sostanze psicoattive indicative di una corrente che alcuni definirono "germanismo psichedelico". Nel corso di queste esperienze veniva evocato con tecniche sciamaniche il dio Wothan utilizzando in particolare lo yagè, resina estratta da alcune liane mediante un antico procedimento tradizionale tibetano tanto che da queste esperienze furono poi anche realizzati dei documentari per opera del regista Fritz Arno Wagner. Le conoscenze tibetane e tolteche rendevano comunque in eguale misura quegli sciamani come depositari di antichi segreti, uomini assolutamente fuori dal comune all'interno delle loro società: fu perciò questo lo scopo di quelle ricerche, ritrovare quei segreti ma soprattutto il senso di quelle antiche arcane conoscenze. Gli sciamani a cui don Juan apparteneva non erano però stregoni nel senso che utilizzassero poteri sovrannaturali o praticassero rituali o incantesimi, piuttosto lo erano in quanto in grado di superare i limiti che la quotidianità e l'abitudine pongono all'uomo comune. E nei libri di Castaneda questa "realtà separata" emerge con una straordinaria forza narrativa ed insieme evocativa, tanto che i resoconti delle esperienze vissute con don Juan hanno mantenuto nel tempo una forza straordinaria di suggestione e fascino, per quelle realtà "soprasensibili" verso le quali religioni e filosofie da sempre, sia pur in forma diversa, comunque aspirano. Indubbiamente qualcosa di simile anche alla pratica yoga, ma con una finalità forse più rivoluzionaria: troncare la percezione ordinaria con la quale ci si è abituati a convivere dall'infanzia per accedere alle altre realtà contenute nella stessa realtà, esperienze vissute e narrate da un Castaneda sempre più coinvolto mano a mano che la consapevolezza di quella dimensione ebbe a crescere. Una sorta di battaglia interiore ed esteriore, volta alla comprensione del profondo senso e del mistero della vita e della natura. Castaneda non amava farsi fotografare, infatti di lui restano pochissime e rare immagini; la sua morte avvenuta il 27 aprile 1998 ha destato profonda commozione ovunque, tanto che molti media ne hanno trasmessa la notizia lasciando aperto un quesito che ora più che mai resta irrisolto e che fa tuttora discutere: quello che l'antropologo ha raccontato nei suoi libri fu alla fine puro frutto di fantasia o un reale grado di realtà e consapevolezza in qualche modo raggiungibile e sperimentabile? "Devo, in primo luogo, sottolineare ancora una volta che questa non è un'opera di fantasia. Ciò che sto per descrivere ci è estraneo, al punto da poter apparire irreale": così avrebbe risposto ancora una volta Castaneda.

 

                                                            Lodovico Ellena